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Una scena di “Redoutable”, 2017

Nero, bianco e nero, bianco, celeste, rosso, giallo, stop: sono i colori di Godard. Di quel Jean-Luc Godard che visse fino al 1967, fino alla rivoluzione.

E da quelle tonalità, il film di Hazanavicius è invaso, fino all’ultimo respiro. Una cucina affollata di oggetti, disordinata e vitalizzata da una radio sempre accesa, baguette e burro sparsi sul tavolo, i poster di Mao in bagno, il giradischi scassato nel salotto, le maglie a righe di Anne, e Anne: questo è l’habitat del regista Jean-Luc Godard, co-fondatore (assieme a François Truffaut, Éric Rohmer e Claude Chabrol) del movimento della Nouvelle Vague francese, un’inconfondibile e tutta “nuova” -appunto- corrente cinematografica destinata a non avere eguali.

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Jean-Luc Godard | LIFE Archives

La sua storia è a tutti nota: amante dei film classici, seppur con qualche riserva, inizia la carriera di critico cinematografico (scrive per i cahiers du cinema) e si cimenta presto nella regia, arrivando all’età di 30 anni a realizzare quello che sarebbe stato considerato poi il suo capolavoro assoluto, À bout de souffle (Fino all’ultimo respiro), con protagonista l’icona del cinema francese, Jean-Paul Belmondo. È il 1960. Nello stesso anno, dopo averla notata in una pubblicità della Palmolive, intraprende una relazione con la giovane modella danese Hanna Karin Blarke Bayer (più nota come Anna Karina), che sarà la sua musa e moglie fino al 1967, anno in cui, dopo il film La Chinoise, egli stesso decreterà la morte di Godard. Proprio il ’67 però, è l’anno che inaugura il nuovo inizio, sentimentale ed artistico, risolto nel sodalizio con Anne Wiazemsky, nota musa di Pasolini, di vent’anni più giovane.

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Louis Garrel e Stacy Martin in una scena del film

E su questi ultimi momenti della prima fase della longeva carriera del regista (Godard lavora tuttora) si concentra l’opera biografica di Michel Hazanavicius , Il Mio Godard. 

Raccontato in parte dalla voce fuori campo di una fittizia Anne, in parte da quella di Godard, in parte da un terzo narratore eterodiegetico (come d’uso nel cinema di quest’ultimo), il film narra prevalentemente l’evolversi e lo spegnersi della relazione affettiva e professionale che aveva legato Anne e Jean-Luc sino a quel momento, delimitando naturalmente il periodo di maggior splendore nella carriera del regista francese.

Girato secondo lo stile stesso di Godard, la pellicola vanta l’uso della camera in gran parte fissa, la preferenza per un piano medio, tagliando a mezzo busto le figure ed adottando il campo unico per le scene corali o delle conversazioni -vale a dire che, com’era in voga nella Nouvelle Vague, anche Hazanavicius elimina l’uso del campo/controcampo nei dialoghi-, la presenza di titoletti atti ad introdurre i diversi capitoli della storia e degli immancabili sottotitoli alla Godard, vale a dire forieri del significato intrinseco e reale di semplici scambi tra i protagonisti (ad esempio, la discussione tra Jean-Luc ed Anne riguardo lo stato del pane cela invece un ben più serio intento di parlarsi della loro crisi).

Tra un tecnicismo e l’altro, un po’ piatta ma di certo non dimenticabile è la storia: siamo tra il ’67 ed il ’68, gli anni della rivoluzione -sì-, ma soprattutto della repentina svolta culturale e politica di Godard, della crisi con Anne e con sé stesso, che il film non manca di descrivere impeccabilmente: tra le più curiose sono da ricordare la scena del litigio di gruppo in auto -culminante nel volto straziato ed insofferente di una ponderata ma azzeccata Stacy Martin- e la lunga sequenza riassuntiva dell’esilarante “vacanza” a Cannes, sulle note di una versione alternativa della celeberrima Cuando Calienta El Sol, portata in voga in Italia dai Los Marcellos Ferial qualche anno prima. Senza mai perdere l’eleganza e l’essenzialità -tipiche dello stesso Godard- il film ride, toccandoli pianissimo, dei più effimeri miti sessantottini e inneggia alla bellezza dell’arte libera dai vincoli politici e dalle influenze intrusive del tempo, che il regista in piena rivoluzione non riesce più a ritrovare.

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Louis Garrel è Jean-Luc Godard

Una straordinaria scenografia a cura di Christian Marti si sposa perfettamente al romanzo autobiografico della Wiazemsky, da cui trae ispirazione il film di un regista interessante, che ancora non delude: dopo The ArtistLes infidèles e The Search, Hazanavicius si riconferma brillante, talentuoso, capace, coinvolgente e duttile, abile ad adattare il suo occhio artistico e creativo allo stile richiesto dalla storia affrontata. Da non dimenticare neppure i due attori protagonisti: Louis Garrel è ormai da anni uno dei volti più seducenti del cinema francese (e mondiale), un attore della Nouvelle Vague fuori tempo, un Jean-Pierre Léaud del ventunesimo secolo -sebbene non mi piaccia per nulla fare paragoni di questo genere-, abile a trasformarsi da sex symbol ad artista, geniale ma pedante trentasettenne in crisi, i capelli radi e la scarsa vivacità; Stacy Martin sembra sia nata in quel maglioncino a righe rosse e bianche ed in quei ripetuti “non lo so”, ha un fascino inusuale per la sua età -è del 1991- e un’allure tipicamente esistenzialista francese, che la cala nella parte tanto da sembrare nata nei panni di una delle Anna/e di Godard. Il talento dei protagonisti, dello scenografo, del DP e del regista vedono il massimo della loro manifestazione verso il finale, nella fatidica scena in albergo, dove una Anne riflessa allo specchio trova il coraggio di fare ciò che nasconde dietro il silenzio dal primo momento della rivoluzione, dalla prima manifestazione, dalla prima rottura di occhiali di Jean-Luc: lasciare Godard.

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Louis Garrel e Stacey Martin nei panni di Godard e Anne Wiazemsky

Nel cast anche la splendida Berenice Bejo -moglie e musa di Hazanavicius, indimenticabile in The Artist, Grégory Gadebois e Matteo Martari. La fotografia è invece di Guillaume Schiffman (premio Oscar per The Artist), immancabile nei film del sopracitato.

Le Redoutable è stato presentato in concorso al 70esimo festival di Cannes, è uscito in settembre nelle sale francesi ed il 31 ottobre in quelle italiane. Onestamente, fossi in voi non me lo perderei. Se non per vedere gli occhiali di Godard rompersi quattro volte, se non per i dibattiti universitari à la Zabriskie Point, se non per la bellezza del paesaggio francese, per l’immensità e la complessità del carattere di uno degli autori più talentuosi e significativi della storia del cinema, omaggiato con grande stile da un regista che ne ha compreso a fondo l’unicità umana ed artistica.

Allego alcune fotografie scattate da Marika, che ha presenziato all’incontro con il regista Hazanavicius ed il protagonista Garrel, lo scorso 18 ottobre a Bologna.

Carmen

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