Wonder Wheel, la ruota delle meraviglie, è la giostra più maestosa e attraente di Coney Island, località balneare che funge da palcoscenico a quest’ultima tragicommedia newyorkese di Woody Allen.

Protagonista di questa storia è Ginny (una Kate Winslet in uno dei suoi più splendidi slanci), ex attrice alcolizzata, ora assuefatta ad una vita di rinunce ed accettazioni passive della quotidianità trascorsa con un marito burbero (Jim Belushi) ed un piccolo figlio piromane.
Quando nella vita di questa famiglia sgangherata (non si risparmiano le classiche, immancabili ma sempre apprezzabili gags sarcastiche su nevrosi, vizi, dolori, turbe e paranoie dei personaggi) subentrano, quasi indipendentemente l’una dall’altra, due nuove presenze, Carolina (Juno Temple) e Mikey (Justin Timberlake), quelli che erano dei rapporti instabili allacciati grazie a quelli che Ginny chiama “affetto, gratitudine, bisogno di compagnia”, vengono inesorabilmente scossi.
Sarà mai più possibile per la quarantenne Ginny quella gioia intravista e poi perduta tanti anni prima? Riuscirà una psichiatra (costante nelle opere di Allen) a scavare nel cuore di un bimbo piromane e a scoprire la sorgente delle nevrosi familiari? Ma soprattutto, questa tanto agognata felicità esiste e spetta anche a noi, a due passi dalla ruota delle meraviglie?

Questa, fonte principale dell’illuminazione nelle scene ambientante in interni, riscalda le figure dei protagonisti, esaltandone i capelli chiari (in particolare modo le chiome rosse di Ginny) ed addolcendone i lineamenti, ma inserendo al tempo stesso la vicenda in una sorta di realtà-altra, di contesto onirico, al di là del luogo, proprio nel mondo della tragedia antica, nella terra del sole; ciò avviene in particolar modo grazie alle composizioni chiaroscurali dei dialoghi ed alla frammentazione dei volti stessi.


Meritano moltissimo, oltre alla pellicola, la colonna sonora -Woody Allen non smette mai di stupire il pubblico con le sue scelte musicali assolutamente azzeccate e grandi dimostrazioni di profonda conoscenza nel suddetto campo artistico (basti pensare alla scelta di Enrico Caruso per Match Point o del Trio Lescano per To Rome with love)- e l’impeccabile precisione dei costumi: uscito dalla sala, nonostante l’amarezza degli eventi, chiunque vorrebbe trasferirsi nella Coney Island degli anni ’50. Nessuno escluso.
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Carmen
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