UNO SQUALO IN VIA DI ESTINZIONE
Miami. 1985. Quello che pare essere un normale videogioco si trasforma in un robot assassino che semina terrore per la città. A sconfiggerlo sarà chiamato l’agente di polizia esperto di arti marziali Kung Fury. Le minacce da affrontare non finiscono qui perché direttamente dalla Germania nazista giunge nientepopodimeno che Adolf Hitler, a cui si aggregheranno dinosauri, mutanti, vichinghi e divinità norrene. Kung Fury è un cortometraggio del 2015 scritto e diretto da David Sandberg. A febbraio 2018 The Hollywood Reporter ha annunciato che sarà realizzato un lungometraggio sequel del B-Movie definito dai più “capolavoro del trash”. Nel cast Arnold Schwarzenegger, Eiza González, David Hasselhoff e… Michael Fassbender nel ruolo di Kung Fury. Sì sì, avete letto bene. Michael Fassbender. No, non è Lercio. Perché? Ce lo chiediamo pure noi (e cerchiamo di darci una risposta).
Tutto si è innescato dopo la 73ª edizione del Festival di Venezia. Agosto 2016: una folla compatta e popolosa di persone di tutti i generi e tutte le età aspettava sin dal primissimo mattino davanti al palazzo del Cinema del Lido di Venezia, accalcata ed appoggiata alla sbarra divisoria tra il mondo e il mito, in quel caso specifico tra il pubblico e le celebrità. L’evento imminente era l’arrivo e la passerella di Michael Fassbender e della sua costar e compagna (nonché attuale moglie) Alicia Vikander, protagonisti de La luce sugli oceani, il film di Derek Cianfrance in concorso al festival. Una ressa del genere si era vista poche volte nell’ultimo decennio.
Tra noi tanti accalcati, la maggior parte era fan di Fassbender per il suo ruolo del giovane Magneto in X-Men, molti per le sue prove attoriali più intense e rischiose nei tre film dell’autore Steve McQueen (Hunger, Shame, 12 anni schiavo), alcuni erano lì semplicemente perché attratti dal fascino di Fassbender-celebrità, al quale noi per prime non eravamo certo immuni.

Disponibilissimi, Michael e Alicia sono stati (e sono, in generale) tra i divi più discreti, generosi e disponibili sul carpet e non: chiunque li incontrasse in giro per il Lido aveva la possibilità di ottenere magari una foto, un autografo o due parole. Sebbene il film, infine, non fosse tra i migliori e non mancasse di diverse falle nella sceneggiatura, la gentilezza e la solarità della coppia aveva colpito tutti e – detrattori accaniti a parte – intenerito il cuore di gran parte della critica oltre che dei fan, esaltati all’idea di vederli in scena insieme e clementi di fronte alla delusione per un film troppo lungo e nonostante ciò troppo ellittico rispetto alle aspettative. E se La luce sugli oceani non è riuscito a conquistare pienamente il nostro cuore, Fassbender e Vikander sì, rendendoci più indulgenti nella critica al prodotto e speranzosi quasi potesse ottenere più riconoscimenti durante l’imminente Awards Season.
Ignoravamo un po’ tutti che quello sarebbe stato l’inizio della fine.
Prima del sopra citato film, Michael Fassbender era stato protagonista dell’ottimo Steve Jobs di Danny Boyle, biopic capolavoro nella sua originalità, magistralmente scritto dal mago dei film-informatici Aaron Sorkin, in cui le doti attoriali del protagonista emergono fortissimamente come forse mai prima, e Alicia Vikander aveva sfornato solo interpretazioni di gran qualità in B-movies di tutto rispetto, passando da period-dramas a drammi psicologici ibseniani di impronta nordica.
Venezia, in qualche modo, ha segnato per entrambi una cesura, come se – lasciato il Lido – non fossero più riusciti a ritrovare la strada di casa, in particolar modo Fassbender. Pochi giorni dopo il festival infatti, l’attore si recava a Toronto per presentare il primo (e si spera ultimo?) prodotto di Adam Smith, Trespass Against Us, scialbo dramma indipendente nel (fallito) tentativo di imporsi come film-denuncia-riscatto delle comunità zingare irlandesi: né i richiami (voluti?) alla vita di borgata dei film di Pasolini, né la presenza di Fassbender e Gleeson in ruoli (per nulla insoliti per loro) on the road è sono valsi a salvare un prodotto blando e trascurabile sul nascere. Fortunatamente, molti fans hanno pensato, ora ci sarà Assassin’s Creed a determinare una nuova esplosione nella carriera di Fassbender.
Assassin’s Creed è stato, sin dal primo giorno di embargo, martoriato da critica e pubblico a livello mondiale, ignorato completamente persino dai Razzie Awards e cestinato dalla memoria del cinema d’intrattenimento, assieme al progetto di farne un franchise (deo gratias!) e al futuro della carriera di Fassbender. All’action movie – tra i peggiori usciti negli ultimi anni – seguono Alien: Covenant, ennesimo e stancante tentativo di Ridley Scott di rendere appassionanta la (ormai defunta) saga di Alien e l’imbarazzante Snowman, trasposizione di un romanzo di Jo Nesbø ad opera di Thomas Alfredson, forse il più alto picco nella scala dei fallimenti cinematografici degli ultimi anni, carente persino di una buona porzione di plot, in quanto – secondo il regista – non ci stavano più con i tempi.
Ora, se questo è modo di far cinema noi siamo Cecil de Mille…
La carriera di Fassbender, purtroppo, come quella di molti altri nell’ultimo decennio, è andata distruggendosi con le sue stesse mani, ovvero tramite le scelte più incoscienti e ingenue, magari con i migliori propositi (oltre a quello di far soldi) e le migliori speranze, ma pur sempre di una caduta si tratta. Una caduta che non avremmo mai previsto, sette anni fa (e sono relativamente pochi) quando grazie a Shame si piazzava da solo tra i più ambiti e camaleontici interpreti della sua generazione.

Il trittico McQueeniano a cui ha preso parte è una delle molte prove delle sfumature del suo talento. Indimenticabile l’immenso lavoro fisico e psicologico – un periodo costellato di privazioni, sia sul piano culinario, che su quello affettivo – per interpretare il leader dell’IRA – Bobby Sands – in Hunger, primo lungometraggio del regista britannico che racconta senza filtri e senza via di fuga (è un film fatto di inquadrature fisse che a lungo andare opprimono lo spettatore, già provato dal dolore a cui è costretto ad assistere) lo sciopero della fame messo in atto per ottenere lo status di prigioniero politico. Forse l’interpretazione migliore di Michael. Eppure dopo arriva Shame. E quello di Brandon, uomo dipendente dal sesso che fatica a relazionarsi con le persone, è un personaggio silenzioso, difficile da decifrare e Fassbender entra nella sua mente per riuscire a restituirne ogni sfaccettatura, dalla vergogna alla redenzione. Inoltre, questo è il ruolo che gli è valso la Coppa Volpi per miglior interpretazione maschile. Consacrato a Venezia: lo stesso luogo dove lo abbiamo visto brillare per l’ultima volta. Siamo nostalgiche, dopotutto. Ma torniamo a noi: la santa trinità del binomio Fassbender/McQueen si chiude con Edwin Epps, lo spietato e disumano schiavista – a sua volta schiavo degli alcolici – di 12 anni schiavo. Il buon Fassy era talmente intenzionato a conferire verosimiglianza alla sua interpretazione che ha chiesto al suo make-up artist di cospargergli i baffi di alcol cosicché i suoi colleghi sul set avessero una reazione spontanea alla sua vicinanza. Bei tempi andati. Ve lo abbiamo detto: siamo nostalgiche. Tuttavia, non così tanto da volerlo rivedere collaborare con Steve McQueen. Prima di renderci conto che il declino fosse alle porte ci auguravamo di vederlo diretto da alcuni dei registi contemporanei più talentuosi. Povere illuse.

Fortunatamente, tra un film di McQueen e l’altro, la sua filmografia può vantare delle gemme che riguardiamo con estrema – forse l’abbiamo già detto, ma lo ripetiamo per ribadire il concetto – nostalgia.
Nel 2009 è l’avvenente – e viscido – Connor in Fish Tank di Andrea Arnold, dramma che brilla per l’originalità della messa in scena di una trama che di originale non ha nulla: Mia è una ragazza ribelle in perenne conflitto con la madre che trova rifugio nella danza. Nessuno sembra credere in lei tranne Connor, il compagno della madre. Fassbender è davvero abile nel fare il doppiogiochista: con quei suoi sorrisi rassicuranti riesce a conquistare tutti, il suo Connor ha la nostra completa fiducia e pendiamo letteralmente dalle sue labbra. E infine siamo tutti Mia: tradite, ferite e sporche.
Poi è arrivato un altro trinomio che faceva presagire un futuro cinematografico prospero – e noi ci ripetiamo nuovamente: povere illuse –, ovvero i film realizzati sotto la direzione di Quentin Tarantino, Cary Fukunaga e David Cronenberg. Oltretutto, si tratta anche di tre period drama – Bastardi senza gloria, Jane Eyre e A Dangerous Method – in cui Michael ha confezionato delle performance incredibili. Continua quindi a dimostrare di essere un attore poliedrico e capace: prima c’è il fiero ed esilarante Archie Hicox, tenente inglese con una padronanza impeccabile della lingua tedesca che gli permette di infiltrarsi tra i Bastardi, poi c’è il tenebroso ed enigmatico Edward Rochester – per cui tutte abbiamo inevitabilmente perso la testa – e infine lo psichiatra Carl Jung, uomo tormentato che si destreggia nei turbamenti e nelle insidie dei rapporti con il mentore Sigmund Freud, la paziente-amante Sabina e il collega Otto.
Nel corso della sua carriera Michael ha dato prova di saper trasmettere emozioni, di essere in grado di arrivare oltre lo schermo, anche con il volto coperto: Frank, è il titolo della commedia stravagante del 2014 diretta da Lenny Abrahamson, ma anche il personaggio squilibrato che interpreta l’irlandese-tedesco. Il viso costantemente coperto gli permette di concentrarsi maggiormente sul tono della voce – da cui traspare un perenne malessere – e sui movimenti incerti, che trasmettono – appunto – il suo squilibrio.

Giusto per citare alcuni dei più riusciti (e memorabili). E forse proprio perché accecate dalla bellezza di tali opere non ci siamo mai accorte che qualcosa già ai tempi non funzionava. Ora però le cose sono cambiate e noi abbiamo aperto gli occhi: benché l’ultimo photoshoot per cui ha posato Michael (escludendo quelli recenti per la Ferrari) risalga al 2017, gli scatti che vengono proposti per interviste e cover sono alcuni tra quelli più imbarazzanti, artificiosi e anonimi del 2013.

Non che i servizi fotografici recenti spicchino per originalità (anzi sono alquanto ripetitivi): per quanto alcune foto riescano a far giustizia alla sua bellezza e a quei tratti a cui ci eravamo tanto affezionate (GQ 2016, per dirne uno), non si evince mai una grande personalità. Agli inizi della carriera vantava una varietà di scatti particolari ed eccentrici che gli permettevano anche di lasciarsi andare, mentre ora intorno a lui aleggia soltanto mediocrità. La verità è che Michael Fassbender – sotto l’aspetto mediatico – si trascura e lo si nota anche dalle apparizioni pubbliche fatte per promuovere i suoi film: la pessima pubblicità e gestione della sua figura pubblica non ha giovato perché da noncurante dongiovanni indefesso, alticcio ai parties e fumatore incallito è passato a padre di famiglia (senza essere neppure ancora padre) schivo e un po’ invecchiato – nel volto e nello spirito – rispetto all’eterno James Dean che sembrava prometterci di essere qualche anno fa.
Concludiamo con una citazione dello stesso Michael di qualche anno fa:
“Alla drama school, non considerano i film una forma pura come il teatro. E sono ciò che amo di più. C’è un qualcosa di più familiare in essi: volevo avere sugli altri lo stesso impatto che i film avevano avuto su di me.”
Beh, che dire… E’ molto nobile il desiderio di regalare al pubblico tramite la tua opera le emozioni che il cinema per primo regala a te, ma forse bisogna cercare di scegliere meglio questi regali.
Mars & Carmen