Di Carmen Cremasco:
Italia dell’immediato dopoguerra, sospesa tra la povertà assoluta e l’idillio di una nuova pace. Rumorosa, modesta, canterina, disgraziata, speranzosa, assolata, stanca, vivace e insieme spenta.
Qui si consuma l’ordinaria vicenda di Antonio Ricci, quella su cui nessuno mai prima di allora avrebbe osato fare un film, disoccupato padre di famiglia, che trova finalmente lavoro come attacchino, ad una condizione: possedere una bicicletta. Recuperato il mezzo dopo tanto travaglio e qualche rinuncia, gli viene immediatamente rubato mentre è intento ad appendere un poster di Rita Hayworth. Da lì in poi le sue giornate saranno interamente votate alla ricerca di questa bici smarrita, consapevole forse di quanto sarà impossibile trovarla -ago in un pagliaio di una Roma caotica- ma deciso fino infondo a volerla recuperare per tornare a lavorare. L’avventura di Antonio si risolverà in una caccia al tesoro disperata e soffocante, stritolata e bruciata dal sole della sua stessa grande città, tra la mancata empatia dei passanti e lo sguardo affettuoso del suo bambino, Bruno.
Nato come un’opera semplice e senza pretese, Ladri di biciclette -capolavoro di Vittorio De Sica e simbolo del neorealismo italiano- racconta la storia di un italiano qualsiasi in un paese in cui si impegnavano lenzuola al monte di pietà per comprare una bicicletta, in cui la parabola del sacrificio aveva ancora un valore morale e infine, con poco, gli uomini e le donne erano felici, davvero felici per nulla.
Scritto e girato in fretta (nel corso dell’estate del 1948 il processo è completo) vanta una sceneggiatura a cui lavorano tra gli altri -oltre a De Sica- Suso Cecchi d’Amico e Cesare Zavattini, nomi di cui si sentirà l’eco nel mondo per tutto il resto del Novecento, pilastri del neorealismo italiano e maestri di scrittura cinematografica.
Protagonista assoluto, nei panni di Antonio Ricci, tal Lamberto Maggiorani, al tempo semplice operaio romano, notato e arruolato come attore da De Sica, per via di quell’aspetto un po’ rassicurante e un po’ clochard, e quegli occhi intensi neri neri, che disperano loro stessi e noi spettatori.
Una combinazione particolare, insomma: gli sceneggiatori più prestigiosi del mondo e l’attore-operaio, la semplice storia del furto di una bicicletta ai danni di un povero disoccupato e la risonanza esplosiva su scala mondiale.
La poesia della fame e del sacrificio, l’immagine quasi cristologica (da cui avrebbe di certo attinto Pasolini) di un uomo che viene schiaffeggiato una volta e si fa schiaffeggiare altre mille, senza orgoglio e senza infamia, spinto solo da una sua bontà disinteressata, e neanche l’amore per la vita, ma per suo figlio, per la casa, per il giusto.
La dedica all’Italia vera che riemergeva dalle macerie spoglia delle sue bellezze, con la storia sulle spalle, a cavallo di una bici che sembrava portarla dappertutto.
Con questi 89 minuti fissati indelebili su una pellicola rovinata dagli anni e dal sonno culturale in cui siamo caduti, Vittorio De Sica regala ancora al mondo il ritratto del nostro bellissimo paese povero ma vivo, quando bastava una bicicletta a farne emozionare il cuore.
Chi non ha voluto/potuto approfittare dell’uscita straordinaria nelle sale cinematografiche lo scorso 4 febbraio, può sempre trovare online Ladri di biciclette, e prendersi una serata per lui.
Carmen