1. MOSTRI, CREATURE MAGICHE E FANTASY

2.1. IL LABIRINTO DEL FAUNO

Il film si apre con una targa che illustra il luogo e il tempo in cui ci troviamo: siamo in Spagna, nel 1944, e la guerra civile spagnola è terminata con la vittoria del regime totalitario di Franco.  Ma le prime immagini che vediamo non appartengono né a questo periodo né a questo mondo. Vediamo una bambina che giace a terra, coperta di sangue e in fin di vita, ma il sangue invece che colare giù è come se sparisse, come se stessimo riavvolgendo un nastro. La calda voce di un narratore e una dolce melodia simile ad una ninna nanna ci conducono subito in un altro reame fantastico. E con un improvviso ma controllato movimento di macchina del Toro ci fa letteralmente entrare, attraverso l’occhio sinistro, nella testa della bambina, passando così dal nostro mondo a quello magico. Questo è un aspetto che ci tornerà utile in seguito, perché ci fa subito sorgere un dubbio sulla reale esistenza di questo reame fantastico. Forse non è altro che un mondo immaginato dalla piccola protagonista? Esiste forse solo nella sua mente?

Come vedremo anche successivamente, “Il labirinto del fauno” è infatti, tra tutti i film del regista messicano, quello che può essere più facilmente letto come una enorme metafora dell’orrore perpetuato dal regime assolutista di Franco.

pans-labyrinth Una immagine di dolore. Una voce fuori campo. Una storia che comincia così: “Tanto tempo fa, nel Regno Sotterraneo, dove la bugia e il dolore non hanno significato, viveva una principessa che sognava il  mondo degli umani; sognava il cielo azzurro, la brezza lieve e la lucentezza del sole. Un giorno, traendo in inganno i suoi guardiani, fuggì. Ma appena fuori, i raggi del sole la accecarono, cancellando così la sua memoria. La principessa dimenticò chi fosse e da dove provenisse. Il suo corpo patì il freddo, le malattie, il dolore, e dopo qualche anno morì. Nonostante tutto il re fu certo che l’anima della principessa avrebbe fatto ritorno, magari in un altro corpo, in un altro luogo, in un altro tempo. L’avrebbe aspettata, fino al suo ultimo respiro. Fino a che il mondo non avesse smesso di girare”. Queste parole accompagnano vedute del Reame Sotterraneo e del mondo reale. Così il film sembrerebbe iniziare con una forte opposizione fra realtà (guerra spagnola) e fantasia (re e principesse). Il nostro mondo, attraverso le immagini di un posto in rovina e di un teschio, ci viene presentato come un posto crudele, che distrugge le persone e che porta alla morte. Ma, in realtà, anche il Reame Sotterraneo sembra un posto tutt’altro che magico, ci viene mostrato di notte, con costruzioni senza colori, incastonate nella roccia e sorvolate da corvi. Un reame dal quale la principessa, ingannando i guardiani, sceglie di fuggire.

Solo con poche immagini, del Toro è in grado di illustrarci la correlazione e le somiglianze tra la realtà e la fantasia. E così la storia può avere inizio.

Ofelia e sua madre Carmen, che sta aspettando un bambino, si stanno dirigendo verso un avamposto sui monti, richiamate dal capitano Vidal, secondo marito di Carmen, che sta dando la caccia ad un gruppo di ribelli e che vuole assistere alla nascita di suo figlio.

Ofelia ha perso il padre durante la guerra, e in questo modo ci troviamo davanti ad un altro giovane protagonista, nelle storie di del Toro, che ha subito un grave lutto.

Durante il viaggio, il convoglio si ferma in una zona boscosa e la bambina viene attratta da una statua in rovina sul ciglio della strada. Tema centrale de “Il labirinto del fauno”, come ci ricorderà anche l’ultima battuta del film, è il saper guardare. È lo sguardo che differenzia il mondo fantastico e il mondo reale storico: solo chi sa realmente guardare è capace di vedere la bellezza nel nostro mondo e immaginarne uno diverso da quello contrassegnato dagli orrori e dallo sguardo cieco del regime fascista di Franco. Pertanto, non è un caso che Ofelia rimetta a posto l’occhio caduto alla statua fantastica nel bosco. Così facendo, si riaprono le porte della dimensione magica. Il capitano Vidal non crederà mai alle storie di Ofelia, le considererà sempre fandonie. Vidal non fa parte di questa seconda dimensione, e per questo, in una scena molto violenta, sarà mostrato mentre acceca un prigioniero, e lui stesso, alla fine, sarà accecato. Perché Vidal rappresenta tutto il regime fascista. E tutto il regime fascista non è in grado di guardare.

Non appena Ofelia rimette a posto l’occhio, dalla bocca della statua esce uno strano insetto, che sembra essere subito interessato alla bambina. Ofelia ama le fiabe e dice a sua madre di avere appena incontrato una fata.

Durante la prima notte all’avamposto, Carmen, dolorante e debole a causa della gravidanza, accoglie a letto sua figlia, che chiede alla madre perché si sia dovuta risposare. “Sono stata sola troppo a lungo” risponde Carmen, e Ofelia esclama: “C’ero io”. Con questo semplice dialogo comprendiamo le angosce e i traumi della piccola bambina dopo la morte in guerra di suo padre.

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Guillermo del Toro & Doug Jones as Fauno sul set | © Teresa Isasi 

Carmen le chiede di raccontare una della sue favole al bambino, e quando Ofelia si appoggia alla pancia e inizia a raccontare, noi entriamo letteralmente nel grembo materno, vedendo il bambino e il reame incantato. “Tanti tanti anni fa, in un paese lontano e triste, c’era un’enorme montagna di roccia aspra e scura. Al tramonto, il giorno seguendo l’altro giorno, in cima ad essa sbocciava sempre una rosa che aveva il potere di rendere gli uomini immortali. Ma nessuno osava avvicinarsi perché le sue spine erano velenose. Gli uomini parlavano sempre della paura della morte e del dolore, ma mai della promessa di immortalità. E tutte le sere la rosa appassiva, non potendo donare a nessuno il suo potere. Persa, abbandonata in cima a quella montagna di arida pietra. Sola. Fino alla fine dei tempi”. La rosa rappresenta Ofelia e la sua solitudine in un mondo ostile, indifferente e di conseguenza incapace di accogliere il suo potere, cioè quello dell’immaginazione.

La stessa notte, l’insetto fa visita alla piccola bambina, ma questa volta, prendendo spunto da un’immagine presente nel suo libro delle favole, si trasforma effettivamente in una piccola fata verde, e la conduce in un labirinto in rovina che si trova al limitare del bosco. E ad attendere Ofelia vi è un fauno. “Sono un fauno e sono qui per servirvi, principessa”. Le racconta che è stata generata dalla luna e che sulla sua spalla sinistra vi è una voglia che lo dimostra, e che il suo vero padre è il re del Reame Sotterraneo. Ofelia, per fare ritorno nel mondo fantastico, dovrà superare tre prove contenute nel libro dei crocevia, datole dal fauno.

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Guillermo del Toro & Ivana Baquero sul set

Il fauno ci appare vecchio, decadente, con le gambe incavate all’indietro, ma allo stesso tempo regale, minaccioso e potente. È l’immagine di un mondo antico, remoto e dimenticato, che è pronto però a risvegliarsi. Sia la fata sia il fauno aiutano Ofelia a ritrovare la sua vera identità e le mostrano la via. Svolgono una funzione di guida e di accompagnatore. Sono come degli iniziatori per la giovane ragazza.

Man mano che il film procede, Ofelia si autoconvince di fare parte di questo nuovo mondo magico: si accorge di avere una voglia a forma di luna sulla spalla e la madre la chiama spesso principessa. Da bambina debole e piena di dubbi, acquista forza e determinazione grazie al fantastico. Come abbiamo già visto anche ne “La spina del diavolo”, il fantastico guida i bambini verso una ricerca di senso e li aiuta a superare i traumi della vita.

La prima prova da oltrepassare consiste nel mettere tre pietre nella bocca di un enorme rospo che vive sotto un albero morente che, tanto tempo fa, era luogo di ritrovo per gli uomini e per le creature magiche, quando nel mondo c’era armonia. In questo modo, l’albero tornerà a fiorire.

Ofelia riesce a superare la prova e a prendere la chiave che si trovava dentro il mostro. Il rospo rappresenta l’ingordigia umana, è una creatura indifferente al bene degli altri, che pensa solo a se stesso, causando la morte e la decadenza del luogo in cui abita. Forse siamo noi e il nostro pianeta.

Dopo aver fatto una ricognizione nel bosco e aver trovato una fialetta di antibiotico nell’accampamento dei ribelli, Vidal  siede ad un grande banchetto con i suoi generali.

Ofelia fa di nuovo visita al fauno, ma questa volta nota una statua raffigurante lo stesso fauno, una ragazza e un neonato, e chiede di chi sia l’infante. Il fauno decide di non rispondere, è molto ambiguo e omette dei dettagli. Iniziamo così a comprendere che, in linea con tutti gli altri mostri di del Toro, anche il fauno non è una creatura perfetta, ma nasconde un lato enigmatico e misterioso.

Spiega alla bambina di non perdere la chiave, le consegna del gesso e poi scompare. Nel frattempo, le condizioni di Carmen peggiorano, ed è sempre il fauno ad intervenire per aiutare Ofelia: le consegna infatti una mandragora, una pianta che sognava di diventare umana, e le dice di posizionarla sotto il letto di sua madre, dandole come nutrimento alcune gocce di sangue. E la pianta ha realmente effetti positivi. In questo caso, il fantastico interviene per aiutare l’umano, ha un effetto benefico, quasi salvifico. Ma come spesso accade nel cinema di del Toro, la cecità degli uomini distrugge ciò che il magico aveva preservato. Vidal infatti, non appena scopre la mandragora sotto il letto di sua moglie, la brucia nel camino, provocando, poche ore dopo, la morte di Carmen.

La seconda prova consiste invece nel ritrovare un pugnale in una cassaforte di una stanza sorvegliata da un terribile mostro senza faccia.

Il fauno mette in guardia Ofelia di non mangiare assolutamente nulla dal ricco banchetto presente sulla tavola del mostro. Il fauno ha quindi anche un ruolo di protettore nei confronti della bambina e vuole il suo bene. Ofelia disegna nella propria stanza una porta con il gesso e passa magicamente nella stanza del mostro. Tuttavia cade in tentazione, mangia un chicco d’uva e risveglia la creatura, che divora senza pietà alcune fate che avevano accompagnato la giovane ragazza. Ofelia riesce comunque a fuggire, ma questa azione  mette in luce un aspetto che la differenzia dalle classiche principesse delle favole: non è una figura perfetta, esemplare e ineccepibile, ma, come tutti i personaggi di del Toro, è umana, e per questo può sbagliare e commettere degli errori.

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Doug Jones nei panni di The Pale Man

Il mostro senza volto è forse il design più riconoscibile tra tutti i mostri creati da del Toro: “the pale man” è una creatura completamente bianca, la sua pelle sembra che si stia staccando, le braccia sono magre e lunghissime, le unghie sono prolungate e contengono sangue rinsecchito, ha solo il naso e la bocca e i suoi occhi giacciono su un piatto di fronte a lui, pronti ad entrare nei buchi delle sue mani per essere indossati nel caso in cui un visitatore si cibasse del suo banchetto. The pale man rappresenta il capitano Vidal e gli orrori del regime fascista di Franco: come Vidal è indifferente verso le persone innocenti e i bambini, così l’uomo pallido si nutre proprio del sangue di bambini; come il mostro, Vidal ha bisogno di sfogare la propria rabbia verso coloro che ritiene essere inferiori a lui; sia il capitano sia the pale man sono a capo di una tavola con un ricco banchetto (del Toro utilizza il medesimo movimento di macchina per inquadrare le due tavole); ed infine, ad eventi terribili nel mondo magico corrispondono eventi crudeli nel mondo degli uomini: nella scena successiva infatti Vidal tortura brutalmente un prigioniero che non riesce a parlare a causa della balbuzie.

Ma il mostro senza volto raffigura anche il dolore provocato dal regime fascista e, più in generale, da tutti i totalitarismi: the pale man non ha la faccia perché è il potere che divora innocenti. Del Toro infatti ci mostra, nella sua stanza, una pila di scarpe di bambini. Questa potentissima immagine non può far altro che richiamare alla nostra memoria le terribili fotografie dei ritrovamenti di abiti, indumenti e oggetti personali nei campi di concentramento nazisti. La potenza di un’immagine. Nessun dialogo. Un intero concetto in un semplice simbolo. Questa è l’incredibile potenza del cinema di del Toro.

Il fauno, dopo una scena nella quale reagisce infuriato alla notizia che alcune delle sue fate sono state divorate dal mostro, ritorna da Ofelia e la consola. Possiamo quindi notare che anche il fauno ha i tratti e le caratteristiche degli uomini: si arrabbia facilmente, ma è anche benevolo ed è in grado di perdonare.

Nel terzo atto del film, Vidal, dopo aver scoperto che il dottore dell’avamposto e la governante Mercedes stanno aiutando i ribelli, uccide il primo e cattura la seconda con l’intento di torturarla a morte. Ma Mercedes riesce a ferire il capitano e a fuggire nei boschi. Vidal, colpito alla guancia, si ricuce da solo la ferita e si trasforma così anche visivamente in un mostro.

Ofelia, su ordine del fauno, dopo aver drogato Vidal, riesce a prendere il piccolo figlio del capitano e a portarlo al centro del labirinto. E quando il capitano arriva, non vede nessun fauno, vede solo la bambina che parla da sola di fronte al nulla. Il mondo fantastico è solo nella sua mente? O è forse Vidal che non è in grado di vederlo?

Il fauno spiega ad Ofelia che il portale per il Reame Sotterraneo si aprirà solo se gli si offrirà del sangue innocente, ma lei rifiuta. Vidal, senza nessuna pietà, spara alla bambina e prende il neonato, ma viene fermato all’uscita del labirinto dai ribelli e ucciso. La pallottola lo colpisce poco sotto l’occhio destro, associando il tema dello sguardo alla definitiva e perenne cecità, cioè la morte.

E così rieccoci davanti alla prima inquadratura del film, con Ofelia che giace morta all’estremità della porta del mondo sotterraneo. Ma il suo sangue cala in profondità e cade sulla statua del fauno e del neonato, permettendo l’apertura della porta. Ofelia si trova così al cospetto di suo padre, con abiti principeschi, in un immenso salone finalmente luminescente. Questa era l’ultima prova, cioè preferire di versare il proprio sangue piuttosto che quello di un innocente. A sedere sui troni ci sono tutti i parenti morti, il suo vero padre, la madre, e le fate, e nel salone lei e il fauno. Quest’ultimo ci appare alla fine come una sorta di Dio del Vecchio Testamento, capace di amare ma anche di chiedere atti terribili come quello di sacrificare la vita di un neonato.

È importante notare come tutti i mostri del Toro si evolvano. In più occasioni il regista ha dichiarato che se un mostro rimane lo stesso durante il film, non c’è senso drammatico nell’immagine. Il fauno infatti, man mano che Ofelia si avvicina sempre di più al regno magico, ringiovanisce, the pale man si mette gli occhi per vedere, l’insetto diventa una fata. Come i personaggi umani cambiano durante la storia, così fanno anche i mostri.

Dal Reame Sotterraneo ritorniamo nel mondo reale, con Mercedes che piange la bambina, la quale giace senza vita come nella prima inquadratura, ma questa volta il sangue è fermo e cola dal suo naso. Nella vita vera, Ofelia muore, e non è possibile riavvolgere il tempo.

Il narratore conclude la storia con queste parole: “E si dice che la principessa discese nel regno paterno e che lì regnò con giustizia e benevolenza per molti secoli. Che fu amata dai suoi sudditi, e che lasciò dietro di sé delle piccole tracce del suo passaggio sulla Terra, visibili solo a gli occhi di chi sa guardare”.

Sull’albero morente della prima prova di Ofelia sboccia un nuovo fiore bianco, e la fata si posa vicino ad esso.

Come in tutta la filmografia di del Toro, anche ne “Il labirinto del fauno” realtà e finzione si intrecciano e si mescolano, e per noi è difficile individuare i confini netti fra questi due mondi. In un certo senso, solo la morte nel nostro mondo permette la discesa/ascensione nel mondo beato. Il mondo fantastico esiste realmente? E’ solo nella mente di Ofelia? Oppure è la bambina l’unica in grado di vederlo? Forse il seppur breve passaggio di Ofelia nel nostro mondo ha ridato una nuova speranza che nasce dopo gli orrori della seconda guerra mondiale, e il fiore della fine può rappresentare questo. Eppure la fata è l’ultimo personaggio che vediamo e questo è un punto di vista oggettivo, non è quello di Ofelia, che usava il filtro della sua immaginazione. Di conseguenza la fata è reale o no?

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Doug Jones e Ivana Baquero in una scena del film

Il labirinto del fauno” è sicuramente il film più misterioso tra quelli di del Toro, e quello più aperto a numerose interpretazioni. In un’intervista per la promozione del film, del Toro ha dichiarato che l’idea di mondo beato che ha Ofelia è quella di tornare indietro nella pancia di sua madre. Quindi, secondo questa possibile lettura, tutto il film ruota attorno all’idea di maternità e al desiderio della bambina di diventare un tutt’uno con sua madre. Ofelia infatti, quando racconta la favola della rosa al feto, accede al regno magico attraverso la pancia di sua madre. Inoltre il film è ricco di immagini che rimandano al ventre femminile: il sangue che Ofelia vede apparire nel libro e che annuncia il peggioramento delle condizioni di sua madre, le corna del fauno, il vecchio albero del rospo dentro il quale entra la giovane ragazza, l’arco e la statua all’ingresso del labirinto, il disegno sulla testata del letto di Carmen. Tutte queste immagini raffigurano il ventre materno. Ofelia deve diventare come una madre e, per rinascere e ritornare ad essere una principessa immortale, deve sacrificarsi per un figlio, cioè compiere così l’estremo e più disperato gesto che una madre possa effettuare.

In un mondo pieno di odio e orrore, solamente la forza dell’immaginazione può salvare le persone e portare speranza. Solo Ofelia è in grado di usare questo potere e immaginare un mondo beato al quale giungere. Un mondo pieno di luce, candore, calore e felicità, in cui le persone e le creature vivono in armonia. Un mondo bello ed eterno. Un mondo diverso dal nostro.

Nel nostro mondo Ofelia è morta. Ma la strada tracciata dalla bambina potrà essere ora percorsa da altre persone. Perché il suo sacrificio non è stato vano. Perché un nuovo fiore bianco è nato.

© Federico Rigoldi

[© foto in evidenza scattata da Fabrizio Cestari per Rolling Stone Italia durante Venezia74]