È l’opera prima del regista italo-svizzero Carlo S. Hintermann ad aprire la 35° Settimana Internazionale della Critica, per la Mostra del Cinema di Venezia 2020. The Book of Vision nasce dal connubio di due grandi menti oniriche, quelle del regista e del produttore – niente meno che – Terrence Malick, i quali, uniti al lavoro di sceneggiatura dello stesso Hintermann e dell’italiano Marco Saura, fondono una creatura particolare, quasi aliena, dove il virtuosismo del corpo diventa il fulcro di ogni tempo ed esistenza. Eva (una eterea e magnetica Lotte Verbeek) è una promettente dottoressa, la quale abbandona la propria carriera per tentare ogni via di cura contro la malattia che l’ha colpita; questa scelta la porterà a mettere in discussione ogni certezza: il proprio corpo, la propria natura e la propria vita.

A condurla in questo viaggio, saranno le parole del Dottor Johan Anmuth (un immenso e totalizzante Charles Dance) giunte a lei fra le pagine del Libro della Visione, testo settecentesco precursore di una medicina più umanista e psicologica. Eva verrà condotta a un punto di non ritorno – che sia questo di fine o vitale principio, sta quasi allo spettatore deciderlo –, un punto nell’infinito che la intreccerà alla vita di Elizabeth Von Ouerbach e del figlio che entrambe porteranno in grembo. Hintermann nel suo viaggio di filosofiche acrobazie – sia in tematiche che in regia – sottolinea quasi manieristicamente l’importanza estrema della materia incarnata nel corpo, e della morte, la quale mai è, poiché il corpo stesso si fa natura viva, prima benefica e di vocianti sospiri – gli stessi sentiti dalla figlia di Anmuth, Maria (Isolda Dychauk) – e poi vendicativa, quasi possessiva, quando è l’uomo a diventare suo primario nemico.

The Book of Vision sono i vorticosi legami tra passato e presente, sono gli intrecci tra fantasia e realtà, sono angoli stretti di piani sequenza ricercati, quasi nauseanti – così come la stessa Eva dev’essersi sentita, obbligata nella sua condizione di malata e pedina naturale di un tempo coincidente. Una menzione speciale va al compositore neozelandese Hanan Townshend, le cui note ingombrano come collante viscoso il susseguirsi di scene primordiali. Le immagini fiamminghe – costruite nella fotografia del tedesco Jörg Widmer – giocano in emotività dove la logica va a perdersi, per poi tornare entrambe parallele nell’emblematico finale.

Se questo film comporta riflessione, attesa, pensiero e una buona dose d’attenzione emotiva, lo si deve al volere del regista, il quale enuncia: “Il cinema è immanente e deve tornare ad esserlo, senza freni”. Dividerà dunque il pubblico, ma poiché dell’immanenza ne è un glorioso risultato, sarà questo l’infinitesimale prezzo da pagare.

Il film è inoltre un inclusivo lavoro di squadra che vanta la coproduzione Italia, Regno Unito, Belgio e unisce maestranze ricercate in tutta Europa – nel cast anche Sverrir Gudnason, Filippo Nigro, Vera Graziadei, ed i giovani Rocco Gottlieb e Justin Korovkin.

Laura