Nattåget (The Night Train) cortometraggio

Diciamocelo subito: la stagione delle pesche è finita. Ora è il tempo delle arance. In concorso nella sezione Orizzonti, il cortometraggio scritto e diretto da Jerry Carlsson mette in scena il viaggio verso casa del giovane Oskar. Sul treno il suo sguardo incontra quello di un ragazzo seduto poco più avanti di lui. Inizia così un gioco di seduzione fatto di occhiate insistenti e cariche di desiderio, un flirt esplicito che rende erotico anche mangiare un arancia, il tutto senza badare agli altri passeggeri. Sembra quasi di essere su quello stesso convoglio, che le poltrone della sala siano in realtà i sedili del treno, e ci si sente quasi di troppo, vorremmo distogliere lo sguardo per non essere troppo invadenti. Eppure siamo investiti dal calore e dalla passione che trasudano entrambi i ragazzi, partecipi di un corteggiamento famelico e a tratti animalesco di cui però non ci spetta la decisione finale. Daranno ascolto al loro istinto?
Una cosa è certa: una ventata d’aria fresca alla God’s Own Country (2017), in un genere costellato (quasi) solo di finali infelici.
Marika


The Return of Tragedycortometraggio

Due parole: Bertrand Mandico. Il pubblico viene catapultato nell’America degli anni ‘80 e assiste a due poliziotti che interrompono una cerimonia: stesa nel cortile di un’abitazione vi è una donna sventrata, le sue viscere gonfiate dall’elio fluttuano in un ammasso indefinito sopra di lei. L’intento del rituale – esplorato nei diversi punti di vista dei personaggi – è quello di liberare la bellezza interiore della persona “sacrificata”.
Colori saturati e atmosfere vintage accompagnano gli scenari splatter e assurdi che contraddistinguono il Cinema di Bertrand Mandico, ormai affermato dopo il successo dell’incredibile Les garçons sauvages (2017). Il regista francese continua a sperimentare, provocando lo spettatore, impedendogli di restare impassibile. Non smette mai di sorprendere. Con The Return of Tragedy porta all’estremo il concetto di bellezza esteriore in favore di quello interiore, un po’ come avviene in Pieles (2017) di Eduardo Casanova: immagini disturbanti ed estranianti riescono a mettere in dubbio ogni preconcetto, costringendo chi sta di fronte al grande schermo a mettersi in discussione. L’ultima opera di Mandico è la cura perfetta alla tossicità che contamina il nostro mondo.
Marika


Being My Mom – cortometraggio

Primordiale e catartico, Being My Mom segue il viaggio (o la ricerca?) di una madre – una feroce e ruvida Alba Rohrwacher – e una figlia per le strade deserte di una torrida Roma. Una passeggiata goffa scandita dal silenzio e dalle cicale: sul debutto alla regia di Jasmine Trinca aleggia uno sguardo amorevole dove i ruoli di madre e figlia continuano a rovesciarsi fino a culminare in un atto d’amore. Lo spettatore si lascia così cullare da quegli scambi ambigui, come se fossero frutto un linguaggio segreto decifrabile solo dalle due. Eppure viene naturale immedesimarsi e lasciarsi avvolgere dai sentimenti amorevoli, affettuosi e talvolta un po’ scontrosi che sprigionano.
Marika


I Predatori Premio Orizzonti per la miglior sceneggiatura

Vincitore del premio Orizzonti per la miglior sceneggiatura, il debutto alla regia di Pietro Castellitto è una commedia grottesca che ha donato un po’ di brio al festival (insieme a Mandibules, un’altra chicca imperdibile).
Le strade di due famiglie di estrazione sociale diversa – da una parte gli intellettuali benestanti e dall’altra un gruppo di fascisti proletari – si incontrano e scontrano per via di una serie di casualità e assurdi equivoci che sembrano quasi strizzare l’occhio ai fratelli Coen. Una regia disinvolta e mirata (stupendo il piano-sequenza che apre il film, con quelle inquadrature di spalle così Dolaniane) che traina una sceneggiatura folle e brillante che, nonostante le falle e l’eccessiva carne al fuoco, funziona e resta impressa. Pietro Castellitto sembra avere già una sua identità e ben chiaro cosa voglia comunicare (e denunciare) attraverso le sue opere: e con I Predatori si inserisce di prepotenza nella lista di artisti emergenti che potrebbero dare nuova vita al Cinema Italiano.
Marika


Mila (Apples)

Quando Venezia apre le porte al cinema greco, state pur certi che uscirete dalla proiezione confusi o quantomeno con tante domande in testa. Da Yorgos Lanthimosad Alexandros Avranas passando per Yorgos Zois, la Mostra del Cinema di Venezia ha dato spazio ad artisti affermati ed emergenti che non hanno avuto paura di sconvolgere e far parlare di se. E questa volta è stato il turno di Christos Nicou al suo esordio in regia ma che vanta un ruolo di rilievo come aiuto-regista di Lanthimos per Dogtooth (pellicola che quest’estate è finalmente giunta nei nostri cinema italiani nonostante sia datata anno 2009). Mila ci presenta una pandemia, non di corona-virus, ma di amnesia. Le persone di punto in bianco dimenticano chi sono ed il loro passato e se non si è provvisti di documenti una volta arrivati in ospedale, si finisce insieme a tutti coloro che le famiglie non hanno reclamato, soli e con un solo obiettivo: ricordare di nuovo. Ed è qui che entra in gioco una terapia sperimentale fatta di prove da superare ed immortalare con una polaroid come testimonianza dei loro successi. Ma forse in mezzo a tanti, c’è qualcuno che non ha alcun desiderio di ricordare chi è, anzi, vuole dimenticare ogni sofferenza e ricominciare una nuova vita per quanto possibile. È sicuramente un film coraggioso, intimo e contemporaneo che poteva osare molto per quanto concerne la critica all’omologazione sociale ed il voler immortalare ogni singolo istante della nostra vita sfoggiandolo nei nostri amati social networks, ma pecca nel suo essere ripetitivo mostrandoci la routine giornaliera del protagonista contraddistinta da esperienze e foto e dunque non spostando la sua lente d’ingrandimento dal singolo al globale. Ciò nonostante terremo gli occhi aperti davanti ai futuri lavori di questo regista perché ha dimostrato comunque di sapere il fatto suo.
Angelica


Bu Zhi Bu Xiu (The Best Is Yet To Come)

Un caso di cronaca che anni fa scosse profondamente Pechino: test falsificati dell’epatite B. Persone affette da questa malattia che davanti all’impossibilità di lavorare, si appoggiavano ad un’associazione che forniva loro certificati medici falsi al fine di poter ottenere un impiego. Jing Wang al suo esordio in regia (benché aiuto-regista dell’affermato Jia Zhang-ke, qui produttore e presente in una breve comparsata) ci porta a credere che il cambiamento è sempre possibile qualora lo si desideri davvero e forse, in tempi come questi dove siamo bersagliati da un’epidemia globale, il titolo del film ed il film stesso ci danno una piccola speranza per il futuro. Un’opera prima franca ed onesta, che sfocia nell’allegorico in alcuni punti ma lo fa con piacevole tenerezza. Quando si tratta di ingiustizie burocratiche e lotte davanti una piramide sociale ben scandita e frazionata, siamo tutti nella stessa barca e ci si sente vicini anche ad una nazione che è geograficamente lontana da noi ma che ha vissuto e vive le nostre stesse prevaricazioni ed abusi.
Angelica