36° Lovers Film Festival (17-20 giugno 2021, Torino)
ALL THE LOVERS – CONCORSO INTERNAZIONALE LUNGOMETRAGGI
Insieme ad altri tre colleghi (Yulia, Davide e Michelangelo) della Laurea Magistrale in CAM (Cinema, Arti della scena, Musica e Media) dell’Università degli Studi di Torino, ho partecipato al 36° Lovers Film Festival (17-20 giugno 2021, Torino) in qualità di Giudice nella sezione All the Lovers (Concorso Internazionale Lungometraggi). La nostra giuria, supervisionata da Costantino della Gherardesca, si è occupata di visionare e commentare i sette lungometraggi in gara al fine di assegnare il premio Ottavio Mai al Miglior Lungometraggio (1000 euro) e una Menzione Speciale.
È stata un’esperienza unica e di cui sono molto grata, e visionare e scegliere a chi assegnare il premio per il Miglior Lungometraggio e la Menzione Speciale non è stato così facile.
Di seguito, oltre alla trama con cui sono stati presentati al LFF, ho aggiunto per ogni lungometraggio visionato il mio parere personale. Ci tengo però a specificare che non sono delle vere critiche o recensioni ma solo le mie opinioni personali.

- Dramarama
JONATHAN WYSOCKI • USA, 2020, 91’
Escondido, California, 1994. Gene, adolescente gay non dichiarato, sta per lasciare gli amici del corso di recitazione, con i quali ha organizzato una festa d’addio, per partire per il college. Anche la teatrale Rose, la seria Claire, il magnetico Oscar e la sarcastica Ally sono in partenza. Per Gene, che non vuole perderli, è l’occasione propizia (ed ultima) per uscire allo scoperto e dichiararsi a loro. Il lungometraggio di debutto, nostalgico e divertente, di Jonathan Wysocki, già al Lovers 2017 con A Doll’s Eyes.

Il 36° Lovers Film Festival si è aperto con la proiezione di Dramarama, il primo lungometraggio di Jonathan Wysocki. Il film, ambientato nel 1994 a Escondido (California), è una commedia brillante e ricca al contempo di questioni e riflessioni profonde. Un gruppo di cinque amici follemente appassionati di teatro (e di cinema) si riunisce a una festa in maschera per salutarsi prima della partenza per i rispettivi college.
«Volevo dirvi che» è la frase che il protagonista Gene (Nick Pugliese) ripete più volte, desideroso di sfruttare l’occasione per rivelare agli amici la propria omosessualità. Il film, è il racconto di una lunga serata, in cui la reunion dei giovani amici diventa un’occasione per ragionare sulle proprie identità e per valutare i motivi che legano il gruppo; tuttavia, queste riflessioni rischiano di sgretolare convinzioni e far emergere verità nascoste. Ciascuno dei ragazzi appare profondamente irregimentato e sicuro del proprio futuro, incapace di contemplare il rischio di perdere le proprie certezze. Di fronte a questa prospettiva tutti appaiono impauriti, insicuri, a volte persino isterici, perché non ancora pronti ad assumersi delle responsabilità. Diverso è il caso di Gene, l’unico a rimanere nella propria città, etichettato persino come “clandestino” proprio perché sembra sempre nascondere qualcosa; ma, in fondo, l’unico elemento che lo rende outsider rispetto agli altri è il fatto di aver preso consapevolezza di se stesso e di essere già diventato adulto.
L’intreccio tra comicità e dramma si realizza nella mescolanza tra realtà e gioco, che non a caso è quello della recitazione. Il teatro diventa un modo per scappare dalla vita reale e per esorcizzare alcuni tabù. Il gruppo, infatti, è profondamente credente e praticante, fattore che costituisce un ulteriore ostacolo al coming out di Gene; la missione di quest’ultimo diventa quasi invisibile agli occhi del quintetto, che si dichiara infatti una “famiglia”. Questo nucleo, tuttavia, è prigioniero di preconcetti radicati nella propria educazione, ma crescendo probabilmente riuscirà ad accettare i segreti più intimi di ogni membro.
Dramarama è una commedia capace di indagare in modo profondo il tema dell’identità e di farsi portatrice della speranza che un giorno una frase come «volevo dirvi che» possa finalmente non essere più necessaria.

La Giuria Internazionale Lungometraggi (All the Lovers), assegna la Menzione Speciale a Dramarama di Jonathan Wysecki con la seguente motivazione:
Il film affronta il tema del coming out in un ambiente americano cristiano degli anni ‘90, con una sceneggiatura profonda e quasi teatrale e una recitazione di ensemble ben riuscita nonostante la giovane età degli attori.
- The Man with the Answers (Anthropos me tis Apantiseis)
STELIOS KAMMITSIS • CIPRO/GRECIA/ITALIA, 2021, 85’
Per Victor, ventenne greco ex campione di tuffi, tutto cambia improvvisamente quando muore la nonna, con cui viveva. Parte allora per la Germania alla guida di una vecchia macchina impolverata. Sul traghetto per l’Italia incontra Matthias, giovane e affascinante, che sta tornando a casa e che lo convince a portarlo con sé. E che spinge Victor a uscire dalla sua zona di comfort e rivelare le vere ragioni che lo hanno spinto a partire. Una volta giunti a destinazione, assecondando le svolte imprevedibili della vita, le loro domande troveranno le risposte che tanto desiderano?

Seppur la trama avesse delle buone aspettative, il film risulta piatto e poco dinamico. Il passato del protagonista e la storia dei tuffi risulta inutile ai fini della trama. Durante tutta la proiezione ci si aspettava un colpo di scena o un momento di “rivelazione” per Victor, il quale intraprende un viaggio alla ricerca di sé e di riappacificazione con la madre, ma anche il finale risulta piatto e inconclusivo. Il film, inoltre, strizza l’occhio a Xavier Dolan nei modi di fare del protagonista che ricorda per certi aspetti il protagonista di Tom à la ferme e i personaggi di Dolan in generale, anche se a quanto pare Victor è uno Xavier Dolan che non ci ha creduto abbastanza. Inoltre, essendo stato presentato al Lovers Film Festival, abbiamo cercato di analizzare il rapporto dei due personaggi e la loro sessualità, che però resta sempre sullo sfondo, anch’essa poco utile alla trama principale.
- Tove
ZAIDA BERGROTH • FINLANDIA, 2020, 100’
La fine della Seconda guerra mondiale porta un nuovo, totalizzante senso di libertà per la pittrice finlandese d’avanguardia Tove Jansson: vive in modo dissoluto e intesse un rapporto aperto con un uomo politico sposato, entrando in contrasto con i rigidi ideali del padre scultore. Poi l’incontro con la regista teatrale Vivica Bandler: un legame nuovo, che la infiamma e la divora. E le fa capire che l’amore che cerca veramente deve essere ricambiato.

Esteticamente è stato uno dei migliori film in concorso, sia per quanto riguarda la sceneggiatura sia per l’ambientazione storica, i costumi e gli oggetti di scena ben contestualizzati. Nonostante i pregi estetici e la sessualità della protagonista che gioca un ruolo importante nel film, Tove non ci ha trasmesso appieno quell’emozione che ricerchiamo in ogni film: senza dubbio un film biografico ben eseguito ma che purtroppo non ci ha fatto brillare gli occhi.
- The First Death of Joana (A Primeira Morte de Joana)
CRISTIANE OLIVEIRA • BRASILE/FRANCIA, 2021, 91’
Perché zia Rosa è morta a 70 anni senza aver mai avuto un fidanzato? Sul finire dell’estate 2007 un interrogativo assilla la tredicenne brasiliana Joana. Così, spinta dall’inseparabile Carolina, inizia un percorso di scoperta, tra realtà e immaginazione, che le rivelerà le regole e i valori della comunità in cui vive e il segreto che celano tutte le donne della sua famiglia. E la porterà a capire che dentro di lei qualcosa vuole manifestarsi…

Brasile, 2007. All’indomani della morte della sua amata prozia Rosa, la giovane Joana, discendente di seconda generazione di una famiglia di immigrati tedeschi, comincia a indagare sul suo passato. In particolare, un aspetto la turba particolarmente: come mai la donna non si è mai voluta sposare? E perché i suoi genitori e i suoi parenti, parlando di lei, si esprimono con parole evasive e superficiali?
Opera seconda della regista Cristiane Oliveira, il film cerca di analizzare l’orientamento sessuale di Joana e il rapporto con l’amica Carolina in modo lento e a tratti troppo superficiale, con metafore e suggestioni visive e sonore inutili, con un simbolismo che risulata troppo didascalico e ridondante (il futuro nelle pale eoliche, il passato simboleggiato dalla zona palustre in cui abitano e giocano le ragazze).
Il film dovrebbe trattare in modo polemico la lotta al patriarcato e la parità di genere, ma purtroppo il risultato non è molto efficace.
- Landlocked
TIMOTHY HALL • USA, 2021, 82’
Nick è uno chef in procinto di aprire il suo primo ristorante e su cui pesa la recente perdita della madre. Su richiesta della moglie, pur riluttante, invita il padre, ora donna transgender, a St. Simons Island, in Georgia, per la dispersione delle ceneri. Mentre viaggiano attraverso il Sud-Est americano, devono venire a patti con il doloroso passato che li lega, facendo riemergere la loro tumultuosa storia familiare. Ma ciò che li attende è una nuova strada da percorrere. Un film intimo e potente, con due interpretazioni che lasciano senza parole.

Purtroppo, nonostante si preannunciasse come un film molto interessante, il rapporto tra il protagonista e il padre ormai divenuto donna transgender non è stato approfondito a dovere ma è rimasto molto superficiale. Un film pieno di cliché e poco originale soprattutto per quanto riguarda la sceneggiatura, piatta e incostante, che non è riuscita a rendere al meglio la profondità che ci si aspettava da questo film: dopo un viaggio in macchina con dialoghi e aneddoti pressoché superflui anche il finale non brilla né di originalità né di emozione, senza che ci sia un vero e proprio confronto tra i personaggi. Inoltre, il film presenta dei difetti anche a livello tecnico sia per quanto riguarda i movimenti di macchina a volte troppo mossi sia per quanto riguarda l’audio (in alcuni dialoghi viene usato il microfono del protagonista da parte del padre/donna transgender e l’audio non è sempre chiaro ben udibile).
- Jump, Darling
PHIL CONNELL • CANADA, 2020, 90’
Mezzo truccato davanti allo specchio del camerino di un vivace bar gay di città, Russell, attore riciclatosi come drag queen, riceve uno straziante ultimatum. Sopraffatto, fugge in campagna dalla nonna Margaret, sardonica ma segnata dalla vecchiaia. In una soluzione perfetta per entrambi, ma precaria, lui si trasferisce da lei per salvarla dalla casa di riposo. Nonostante i fantasmi del passato e del presente, Russell riesce a illuminare il bar locale con il suo alter ego Fishy Falters, pur faticando a mettere a fuoco la sua audace, nuova identità. Mentre Margaret combatte per riprendere il controllo.

Jump, Darling è un film drammatico che parla di una drag queen esordiente che si riprende dalla rottura con il fidanzato gay fuggendo nella contea di Prince Edward, dove trova sua nonna Margaret (Cloris Leachman) in forte declino ma nel disperato tentativo di evitare la casa di cura locale.
Oltre all’impatto del divario generazionale tra il giovane Russell e la nonna Margaret, il film è pieno di emozioni e colpi di scena, in cui prevalgono le luci al neon e l’eccentricità delle drag queen. Ogni esibizione e trasformazione di Russel in Fishy Falters risulta magnetica e accattivante, tanto da tenere tutto il pubblico incollato allo schermo: senza però questi momenti (e senza il rapporto di complicità con la nonna) il personaggio risulterebbe statico e poco interessante.
Un dettaglio importante che ha reso il film molto interessante è stata la discriminazione all’interno della stessa comunità LGBTQIA+ da parte del fidanzato gay che si vergogna delle esibizioni di Russell come drag queen.
Nel complesso è infatti un film ben riuscito e con una sceneggiatura abbastanza lineare e coerente. Anche il finale, pieno di emozione e commovente, risulta in linea con il resto del film, seppur ci sia stato qualche azzardo e qualche esagerazione a livello di sceneggiatura.
È stato uno dei lungometraggi che ci è piaciuto e ci ha fatto discutere di più, infatti è stato molto difficile decidere a chi dare il premio, poiché ci ha emozionati moltissimo: se avessimo potuto dare un’altra Menzione Speciale l’avremmo sicuramente data a Jump, Darling.
- Swan Song
TODD STEPHENS • USA, 2021, 105’
I bei tempi sembrano davvero andati (e lontanissimi) per l’inacidito Pat Pitsenbarger, parrucchiere dell’alta società, ormai in pensione, recluso in un’anonima casa di riposo dell’Ohio. Per lui le giornate si susseguono tutte uguali, sigaretta dopo sigaretta, fino a quando non riceve una bizzarra richiesta da parte dell’esecutore testamentario di una sua antica cliente… Una commedia arguta e camp diretta dal veterano Todd Stephens che si avvale, per il ruolo del nostalgico ma irresistibile protagonista, dell’iconico Udo Kier, perfettamente a suo agio nell’interpretarne il canto del cigno.

Un film raccontato come un road movie, un percorso a piedi stravagante e pieno di vita. Ciò che colpisce di Swan Song è la volontà di narrare la vita di un uomo, o meglio di un’icona della bellezza, nell’arco di una giornata della sua vecchiaia. Pat è stato infatti un celebre parrucchiere nella sua cittadina (Sandusky in Ohio) ma si trova a vivere da tempo in una casa di riposo, dove lotta per restare fedele a se stesso. La morte di una vecchia amica e ricca cliente, che ha richiesto nel suo testamento di essere acconciata da lui prima di essere sepolta, lo spinge al confronto con il suo passato, con le delusioni ricevute e con la tragica fine della sua relazione con il compagno David, scomparso a causa dell’AIDS.
Pat decide di evadere dalla casa di riposo e percorrere a piedi i desolati spazi della periferia, procacciandosi il necessario grazie al proprio charme e alla propria acuta intelligenza. Il film affronta numerose questioni: non solo la ricerca di uno spazio di espressione della propria sessualità, ma anche quanto il nostro mestiere sia parte della nostra identità e l’importanza di un dialogo intergenerazionale. Pat viene dagli anni ’70 dei gay bar e della lacca tossica, e incontra un mondo più libero, dove viene accompagnato da tutti con ironia, dolcezza e nostalgia, attraversando una cittadina provinciale che non ci saremmo aspettati così accogliente. Infatti, il film è privo di scontri esterni al personaggio, che vive invece una sofferenza interiore legata alla scomparsa di persone care e a conflitti mai risolti con esse. L’interpretazione di Udo Kier tiene in piedi la storia in modo magistrale, suscitando l’empatia dello spettatore scena dopo scena: l’incredibile lavoro fatto sottopelle da Kier, che incarna il personaggio con divertita arroganza, riesce a rendere magnetici e spontanei i gesti, la camminata e il tono rigoroso con cui assesta le battute accompagnandole con uno sguardo seducente.

La Giuria Internazionale Lungometraggi (All the Lovers), assegna il premio Ottavio Mai come Miglior Lungometraggio (per una somma di 1000 euro) a Swan Song di Todd Philips con la seguente motivazione:
Nel film l’attore di culto Udo Kier, 76 anni, porta quello che potrebbe essere un vero e proprio canto del cigno sullo schermo grazie ad una performance spettacolare che regge tutto il film. Il regista Todd Stephens affronta il tema sociale estremamente attuale della solitudine ma soprattutto il tema della memoria. Udo Kier interpreta Pat Pitsenberg, un anziano parrucchiere gay della provincia americana che rappresenta e ricorda la vita e le condizioni sociali delle persone lgbt dagli anni 60 gli anni 90. Il Film ci ricorda il coraggio delle persone LGBT in anni in cui erano costrette a prendere in mano il proprio destino ed imporre la propria identità senza attendere permessi o riconoscimenti. Il Film sottolinea la normalizzazione del mondo lgbt negli Stati Uniti contrapponendo il presente ad anni del XX secolo in cui essere gay comportava inevitabili compromessi ma anche uno stile di vita contro-culturale e libertino.
Per concludere, vi lascio la mia classifica personale:
- Swan Song
- Jump, Darling
- Dramarama
- Tove
- The Man with the Answers
- The First Death of Joana
- Landlocked
Jessica