Ogni anno, quando metto piede sul Lido, ho sempre un grande desiderio: trovare un film la cui visione sia un’esperienza in grado di cambiare la mia vita. Per Venezia78 avevo riposto le mie speranze in alcun*, fra quest* vi era sicuramente Sorrentino. Leone d’Argento e Premio Mastroianni, È stata la mano di Dio si è preso cura del mio cuore.

Napoli. Anni ‘80. Fabietto – diminutivo di Fabio – Schisa è un diciassettenne che cerca di ritagliarsi un posto nel mondo. Amante della vita, la sua più grande fonte di gioia – oltre a Maradona e le fantasie sull’avvenente zia Patrizia (Luisa Ranieri) – è la famiglia. Due eventi, che lo segnano nel profondo, cambiano tutto.

Fin dalle prime immagini di Filippo Scotti (che gemma!) il mio primo pensiero è stato: “Tu sei il mio nuovo Elio Perlman”. E la scena finale del film mi prega di fare quel parallelismo. Esile, i riccioli sbarazzini, la combo jeans & camicia, le cuffie al collo e quell’aria da fanciullino curioso pronto a divorarsi il mondo. È proprio il mio Elio.

A conferma della mia (forse malsana) associazione è giunta la recensione di Simone Emiliani: “Forse è uno slancio immorale. E stavolta ne pagheremo le colpe. Ma Sorrentino e Guadagnino qui sono vicinissimi. È stata la mano di Dioscorre in dissolvenza con Chiamami col tuo nome. C’è anche qui un diario di formazione, fisico prima di tutto: il desiderio, il sesso, la morte. E il ruolo dei genitori. Sempre complici”. L’associazione a Guadagnino mi ha fatta sussultare e sentire meno sola.

E ho compreso meglio uno dei motivi per cui ho amato tanto il nono lungometraggio di Sorrentino. È stata la mano di Dio è un coming of age anticonvenzionale con qualche spennellata – è un quadro, un affresco di una determinata Napoli – autobiografica. Contro qualsiasi convenzione perché scritto e diretto da Paolo Sorrentino, altrimenti andrebbe ad accatastarsi sopra a tutti gli altri – ordinari – racconti di formazione.

È la prima volta che Sorrentino si spoglia da tutti quegli orpelli e visioni che nel corso degli anni lo hanno reso l’iconico autore che conosciamo, è rimasto fedele a sé stesso concedendosi in un racconto intimo e personale. Nella semplicità della storia raccontata ho ritrovato me stessa. L’opera presentata in Concorso sul Lido è essenziale, quasi contenuta, ma gronda d’amore. L’amore di Fabietto per la vita, per suo fratello e i suoi genitori, l’amore che lega questi ultimi nonostante tutto (che accoppiata incredibilmente affiatata Servillo e la Saponangelo). E l’amore nei confronti di Maradona e il Cinema. Entrambi la sua salvezza.

La mano di Dio-Maradona che quel giorno lo salva. Fabio Schisa rincorre il Cinema nel momento in cui non trae più gioia dalla realtà in cui vive. Chiunque può parlare di Cinema, ma Sorrentino è uno dei pochi in grado di toccare le corde giuste e far vibrare l’anima. E Fellini sempre la sua costante.

Con un tocco di ironia pungente, le emozioni e i sentimenti dominano la scena insieme alle scoperte e i cambiamenti a cui la vita ci sottopone. È stata la mano di Dio non è solo la storia di Fabio Schisa/Paolo Sorrentino: è anche la nostra storia. Un angolo di mare in cui rifugiarsi, nel blu.

Forse Cinema”.

Dal 24 novembre in sale selezionate e dal 15 dicembre su Netflix.

Marika