Apprezzo quando la settima arte si fa insegnante e narra di persone lontane, le quali attendono solo un ascolto in più per poterci parlare attraversando gli anni e le epoche. Ignoravo la storia di Wain ed è doveroso fare un mea culpa con una mano, ma con l’altra ringraziare il cinema che ha saputo arricchirmi, ancora una volta.
Il soggetto del nuovo biopic targato Amazon Prime, è il pittore britannico Louis Wain, famoso per i suoi gatti antropomorfi ritratti in esuberanza d’espressioni e in stile kitsch.

“Nel corso della storia i gatti sono stati venerati come dei e diffamati come malvagi alleati di stregoneria e peccato. Ma io credo che tu sia la prima persona a essersi accorta che sono, in effetti, ridicoli. Sono sciocchi e teneri. E solitari. E paurosi e coraggiosi. Come noi. Credo che un giorno non sarà così strano tenere un gatto in casa per compagnia”.
Fu grazie alla sua arte e al suo legame con i nostri amici felini, se oggi, noi tutti, possiamo chiamarli tali. Le plasmate figure erano il principio di un nuovo mutamento per il mondo illustrato. Tale era l’estro artistico da affascinare anche l’acclamato autore del fantascientifico H.G. Welles (qui cameo di Nick Cave), il quale ne farà osannante cornice per racconti radiofonici dell’epoca. Le psichedeliche pennellate di Wain sfiorano quasi l’elemento futuristico, ed in parte – seppur nella totale inconsapevolezza dell’artista stesso – saranno causa e ‘cura’ della sua schizofrenia; malattia questa, che traccerà disparati episodi nella sua vita, fino alla totale resa della mente in anzianità. Il film dipinge un ritratto sopra le righe, ma immensamente travagliato e senza Benedict Cumberbatch, oso dire, non avrebbe avuto lo stesso forte impatto. Insieme a lui anche Claire Foy controbilancia – nei panni di Emily Richardson, moglie di Wain – con amorevole attenzione, la storia, creando fra i due il piccolo focolare domestico composto da fantasia e realtà. Queste sono le basi solide su cui il regista Will Sharpe infonderà pura elettricità.

È un period drama che intende seguire un sottogenere più moderno, dove costumi e macchine a vapore vivono in parte con scelte stilistiche innovative, come caleidoscopi, visioni, sovrapposizioni di disegni e acquerelli – quasi a sottendere che il classico, mirato a corsetti o carrozze, sia a noi molto vicino, più di quanto osiamo immaginare. Di questa corrente, amo farne coincidere la venuta con Ritratto di Signora (1996) di Jane Campion e vi possiamo annoverare – per linguaggio più libero – anche Marie Antoinette (2006) di Sofia Coppola. È però il più recente Radioactive (2020) ad essermi balzato in mente, come similare sia in stile che in connubi classico-moderni. In esso la radioattività prende forma per creare il ritratto su film di Madame Curie. The Electrical Life of Louis Wain compie quasi lo stesso slancio, ma riesce meglio laddove il film di Marjane Satrapi fallisce.

Sharpe amalgama verità e visione, gonfia la storia con pathos umano, ed è così che raccoglie e conduce lo spettatore – non lo annoia, non lo rende estraneo. Fa del film lo specchio della personalità di Wain e quando verremo travolti dalla sua fantasia, dalla sua mente sempre in fermento, non ci parrà mai di star vedendo altro, seppur controverso, seppur esagerato: non ne saremo mai estraniati poiché ci invita costantemente a farne parte. Forse l’unica pecca è la ridondanza dei dialoghi, necessari però alle reminiscenze dell’artista, e per tanto perdonabile, considerato quanto l’equilibrio, mantenuto per le due ore di film, conferisca un risultato sublime.

Come titolo italiano suggerisce, si parla di visionario e nel rappresentarlo, l’opera non sbaglia. Ne percepiamo la meraviglia, l’ardore della creazione che si fa sofferenza triplicata seguendo la cadenza degli avvenimenti. Siamo uniti a Wain più che mai tramite lo sguardo limpido di Cumberbatch e grazie alle sue azzardate movenze – definendosi come il pennino che stringe, frame dopo frame – ne percepiremo la tempesta quando giungerà a sommergerlo – annegando in acquerelli oscuri – e con lui vedremo l’amore, che serba per Emily, nascere – venendo catapultati in un coloratissimo quadro di quotidiana felicità. Saremo al suo fianco mentre gli anni passano, con l’epoca vittoriana che sfuma in quella edoardiana per una società più frettolosa e, come vedremo ai suoi danni, con sempre meno gatti a fargli compagnia. La chiusura silenziosa e poetica, si ricollega ancora una volta all’unica persona che sia mai stata in grado di alleviargli il peso dell’esistenza e lo troverà in un accomodamento più umano e necessario.

The Electrical Life of Louis Wain è un dipinto sofferto di una vita pulsante di meraviglie e meritava di venir alla luce quanto prima. Sulle spalle di Cumberbatch viene ora condotto alla nostra attenzione e con la camera di Sharpe va in scena l’ennesimo screzio: del mondo, il quale si ciba sì di arte come un avvoltoio, poiché ne ha estremo bisogno per sopravvivere, ma esso, coniugato alla società, dimostra ancora una volta, di non meritare, né ora né mai, l’artista.
Così quest’ultimo, per salvarsi dalla solitudine a cui è destinato, si farà caleidoscopio – come accenna la toccante battuta di Claire Foy – e filtrerà la bellezza per offrirla a noi.
In quest’ultimo gesto tanto altruista, Louis Wain scoverà l’elettricità che andava tanto cercando, poiché altro non era che “amore”.
Laura
