Se amassi di meno Harry Potter, potrei essere in grado di parlarne di più.

Spero perdonerete l’uso spudorato che faccio di questa citazione austeniana, – cambiata su misura per la situazione – ma non ci sono altre parole per definire come mi sia sentita, quando sul nero sfumando in conclusione, la theme di John Williams ha riecheggiato e l’Always di Alan Rickman ha chiuso un cerchio, che nessuno immaginava sarebbe stato possibile tracciare. Harry Potter 20th Anniversary: Return to Hogwarts, infatti, non vive solo della magia che la saga del maghetto comporta: l’impresa stessa di riunire parte del cast va ben oltre l’incantesimo e diventa l’immenso regalo che ogni potterhead sognava. Ritrovarsi a Hogwarts con la stessa famiglia che ci ha condotti nei cinema per ben dieci anni, non è stato solo un semplice regalo, ma un’ancora di salvezza – soprattutto considerato l’infelice periodo ancora persistente.

Suddiviso in quattro capitoli, che raggruppano gli otto film per sviluppo di storia e crescita dei personaggi, la docu-reunion mostra i sottogeneri toccati, quali childhood, coming of age, adulthood, e come essi si siano susseguiti nel macrocosmo del fantasy di formazione per ragazzi. Si tratta di tasselli che combaciano alla perfezione. Non solo le vite di Daniel Radcliffe, Rupert Grint e Emma Watson sono state conformi alle peripezie del mondo magico, ma anche le nostre. Quando diciamo che siamo cresciuti con Harry Potter, nella più semplice delle ipotesi, è vero, viene detto perché è successo sul serio. Eppure, il ragazzo che è sopravvissuto, non si è fermato,continua a infondere la sua essenza nelle generazioni passate come quelle future, ed il successo che sta avendo questo evento speciale, ne è la prova. Senza vergogna ci è stato presentato un ritorno simbolico, le cui interviste e dialoghi tra i presenti, non hanno offerto nulla di nuovo, niente di grandioso, confermando, semmai, ovvietà che i fan d’annata già sapevano. Si è giocato sulla nostalgia, sulle atmosfere, sui ricordi del cast e i nostri, ma tanto è bastato. È quel che volevamo.

Ci vuole davvero poco per tener viva la fiamma di Harry Potter nei cuori delle persone.

Si delinea così il viaggio compiuto per dar vita ai film e ciò avviene attraverso le intriganti e variegate personalità che i quattro registi – Chris Columbus, Alfonso Cuarón, Mike Newell e David Yates – hanno saputo infondere nelle loro creature, rendendo la saga, il cult di oggi. Non ci sarebbe stato Harry Potter, senza Columbus, tanto per cominciare. La pietra d’angolo a cui dobbiamo tutto: lui, con la sua visione da Peter Pan unita alla seria dedizione del Signor Darling, ha posto radici e conferito al mondo magico, creato da JK Rowling (frame targati 2019!), l’iconicità forte che vanta ancora oggi.

I don’t think you ever get enough credit for, like, what you achieved on those first two (movies) and with all of us, and so thank you so much for that”. Daniel Radcliffe.

Sempre di seguito, non avremmo avuto la svolta dark senza Cuarón, nessuna energia e stravaganza per il Torneo Tre Maghi senza Newell e nessun aspetto politico e più adulto senza Yates.

Gli stessi difetti che potrebbero avvalere il contrario e di cui spesso ci si lamenta – me compresa – sono diventati, in vero, parte del complesso, conferendo all’universo cinematografico quell’imperfezione divenuta firma.

Con una stretta al petto, tra il pubblico unanime, prendeva forma la consapevolezza che, più i presenti disquisivano sulle loro esperienze, e più ne avremmo voluto ancora. Come i bambini che bramano un’altra cioccorana, così si sperava in maggiori interazioni e perché no, più partecipazioni. Entusiasmi e aspettative, però, sono complici e non hanno limitato l’intrattenimento, né la riuscita dell’impresa. La gratitudine per chi ha potuto esserci, è davvero tanta.

Helena Bonham Carter al fianco di Gary Oldman, così rassomiglianti estrosi e caotici, sono i cugini Black, non privi di meno carisma, di questo nostro universo alternativo (e personalmente, mi sento di aggiungere: Laura rights!).

Altri pilastri, come Robbie Coltrane (Rubeus Hagrid), Toby Jones (Dobby) e Mark Williams (Arthur Weasley), si commuovono e fanno commuovere. Il punto forte è infine lasciato – com’è giusto che sia – al nostro Golden Trio. Sanno d’aver raggiunto un livello superiore di method acting, e non lo nascondono: non si sono limitati a recitare, loro sono Harry Potter, Ron Weasley e Hermione Granger. Il divertente aneddoto – qui narrato dal maestro, Alfonso Cuarón – che vede i tre alle prese con un personale essay, ognuno riguardante il proprio personaggio, ne è la prova. Watson scrisse ben dodici pagine, come la strega più brillante della sua età, avrebbe fatto; Grint non concluse assolutamente nulla, e come il nostro re sul campo da Quidditch, ci avrebbe messo la faccia, ma non le parole; e Radcliffe, ne portò qualche blanda e semplice pagina, dettato forse da quel leggero disprezzo per le regole contenuto da uguale determinazione. Questo legame intrinseco tra attore e personaggio fittizio è talmente forte da non poter più essere scisso, ma nessuno di loro ne disprezza l’effetto. Le immense gioie lavorative miste a complesse difficoltà private, li hanno plasmati e fatti crescere. Tutto questo ci viene offerto, lo tengono sul palmo della mano e non temono, con le loro genuine fragilità, di mostrarlo. C’è del vero quando si dice che Hogwarts sarà sempre lì per darci il bentornato a casa. Rupert Grint lo dirà a sua volta, così parafrasando: nonostante ognuno abbia ora le proprie vite, quei dieci anni ci hanno formato, sono parte di noi e nulla potrà privarcene.

Come quella fiammella di cui si parlava poc’anzi. Può affievolirsi, ma basta poco per ravvivarla e riportarci tra le schiere dell’Ordine della Fenice o nella Sala Grande durante il sontuoso banchetto di inizio anno.

Altre parole per concludere, non ne trovo, se non forse l’ovvio. Lascio a chi ci ha cresciut* l’onore di farlo:

Every child wonders how they’re going to fit it. And it’s an epic journey that every child goes on”. — Toby Jones.

And that’s what’s so profoundly therapeutic and good about it, is it’s made people who otherwise feel lonely, they feel they belong”. — Helena Bonham Carter.

So, you could be watching it in 50 years’ time, easy. I’ll not be here, sadly, but… Hagrid will, yes”. — Robbie Coltrane.

Laura