“Il Multiverso è un concetto di cui gli sceneggiatori della Marvel sanno spaventosamente poco”. Dopo averlo letto in giro, ho pensato, d’accordo, partiamo dalla parte più debole dell’ultimo film della Marvel Cinematic Universe, vediamo se, dopotutto, ci ricordiamo che basterebbe un impegno in più da parte loro, ma anche una polemica in meno da parte nostra accettando che sia solo il prodotto che vuole essere: un blockbuster roboante, un mappazzone divertente e un’arma a doppio taglio pronta a uccidere il cinema. Permettetemi, davvero, mi sto solo divertendo, perché in fondo è così che mi sono sentita stando seduta in sala per Doctor Strange in the Multiverse of Madness (2022).

Torniamo al suo tallone d’Achille e ricordiamoci che lo sceneggiatore del film è Michael Waldron (ancora voluto per omicidio dai marveliani per aver massacrato Loki nella sua omonima serie). La trama è incredibilmente semplice: una ragazzina di nome America Chavez (Xochitl Gomez), l’unico essere vivente fra gli universi a poter viaggiare tra di essi, è inseguita da una forza maligna che brama i suoi poteri. Una volta trovatasi nella nostra realtà (Earth 616, abbiamo la catalogazione!), Stephen Strange (Benedict Cumberbatch) cercherà di aiutarla e di proteggerla da chi mai si sarebbe aspettato. Questo è il quarto prodotto Marvel in cui piazzano il Multiverso senza portare a nulla di fatto. Zero leggi, zero rigide strutture per il nuovo mondo ampliato post-Thanos… Bisogna prenderne atto, ma una volta fatto, possiamo proseguire oltre. L’altra questione, su cui si può argomentare, è che Wanda Maximoff scritta per WandaVision (ideata da Jac Schaeffer) è assai diversa da quella scritta da Waldron. Nel mezzo avviene una corruzione, un certo passaggio al Lato Oscuro della Forza dovuto al Darkhold, – la serie DisneyPlus lo aveva precedentemente introdotto – è una trasformazione che nel film viene già imbastita ed è pronta a esplodere.

È forse un sequel che corre un po’ troppo – nonostante riesca a dire molto più di quanto sembri – ma è il giusto ritmo per agganciare subito lo spettatore. Dopo dieci anni e più di venti prodotti del genere, penso sia giunto, da parte nostra, il momento di ragionare anche (e non solo) per narrazione time in panels. WandaVision è il preludio – tipo il pamphlet da dieci euro che ti rende povero quando vai in fumetteria per non farti mancare nulla – e Multiverse of Madness è il nuovo evento sulla principale testata da seguire. In una struttura simile, anche i camei, tanto agognati quanto brevi, risulteranno più godibili. Allora viene da chiedersi se non fosse il loro obiettivo fin dall’inizio, quello di creare un vero e proprio fumetto multimediale per il grande schermo dove ogni battuta è ormai giocata spesso per crossover. E, ragazzi, va bene così! Dio, se va bene! Sapeste le carte false che faccio per trovare certe avventure vintage pur di ripescare una singola vignetta in cui due dei miei beniamini finalmente interagiscono! Perché mai ciò che mi aspetta in sala dovrebbe essere diverso? È fan service, è la piena libertà che ormai la Marvel Entertainment ha e vuole usare, ognuno dica la sua. Fosse anche il primo caso, sono estasiata dal fatto che la fan ascoltata in questione sia stata io.

Ora lasciatemi elogiare il resto, la manna che questo film ha avuto la fortuna di avere. Diamo a Sam Raimi quel che è di Sam Raimi, perché dopo Chloé Zhao, dimostra quanto sia entusiasmante offrire il proprio estro creativo a un cinecomic e farlo col supereroe più consono alla tua personalità registica. Con Danny Elfman alla soundtrack, il regista compie un balzo e il livello successivo in cui troveremo il nostro Stregone, sarà meno psichedelico e caleidoscopico ma sempre conforme, per natura, alla sua vena più inquietante ed esoterica. La firma è incisiva, si percepisce la diversità che Raimi vuole affrontare. Non mancano sovrapposizioni, dolly zoom, la camera in soggettiva e le dissolvenze in nero; ci sono elementi splatter e spiritismo entrambi contenuti da una vibrante atmosfera camp horror. Stephen Strange e Scarlet Witch vanno a braccetto con il regista come fossero sue creature da sempre. Due bandoli di magia, l’uno è l’ago della bilancia, l’altra è puro caos; passano dall’onirico all’orrorifico in un battito di ciglia, ed entrambi calzano le due entità con disarmante facilità. Offri questo a Raimi e, nelle scene più edulcorate, saprà darti anche la slapstick comedy. Il regista non era un novizio del campo, la maggior parte di noi è cresciuta con il suo Spiderman; pertanto, sarebbe sciocco pensare che non si sia divertito nell’impresa. Non manca nemmeno di auto-citazionismo a sottolineare che questo è sì un film per i fan Marvel, ma è prima di tutto un regalo ai suoi affezionati – lo avete visto anche voi Bruce Campbell, insomma, dichiarazione migliore non poteva esserci!

Dal canto mio, sento di poter dormire sonni tranquilli, ora (o per ora). Stephen Strange è qui l’uomo che cerca ancora un posto nel mondo dopo il blip ed affronta una nuova consapevolezza nei riguardi di Christine Palmer (Rachel McAdams). Tra un mostro e un salto dimensionale riscopre sé stesso, nei pensieri nelle azioni, apprende dai propri errori e ne esce migliore. Cumberbatch, dall’alto della sua bravura, non fatica a donarci uno Strange più malinconico e riflessivo nei pensieri, appesantito dalle responsabilità, ma ugualmente avventato nelle azioni che deciderà di prendere contro Scarlet Witch. Me lo immagino Sam Raimi dire, hey! mi avete dato una strega, usiamola come tale! Si biasimava da tanto la mancanza di un contrappeso degno, ora ce ne hanno dato uno che conosciamo da anni e che ancora dimostra di poterci sorprendere. Che sia stato uno sbaglio o un colpo di genio, una cosa è sicura: Wanda Maximoff può essere chiunque; è stata sorella, compagna e madre, da sola in seconda, è diventata (anti-)eroina, protagonista, … ed infine…

Vedere Elizabeth Olsen mutare nella creatura di Raimi, è stata una delle esperienze condivise in sala più belle di sempre. Percepire il brusio, la sorpresa, lo sgomento davanti alla sua corrotta e così affascinante forza laddove prima sapevamo esserci un’entità conosciuta e famigliare, è stato esaltante e disturbante insieme (nel modo più disneyano possibile, s’intende). La portata dell’evento che la riguarda mi ricorda House of M – non me ne vogliano i puristi, intendo più nel suo disastro e nella sua finitudine – e poiché le nuove generazioni si stanno muovendo, chissà che un giorno il MCU non abbia da offrirci la propria versione de La Crociata dei Bambini.
Se è vero che Kevin Feige ormai dà quanto toglie, sento che con Doctor Strange in the Multiverse of Madness è riuscito a darci entrambe le cose. Con la stessa libertà data all’artista che inchiostra una vignetta dietro l’altra, così andrebbe lasciato fare sullo schermo offrendo ai registi, agli autori, di definire il supereroe come gli si conforma meglio; può essere un azzardo, ma sarebbe un azzardo nuovo, una visione più autentica di cui non dovremmo privarci con leggerezza.

L’ultimo tassello Marvel è sicuramente un film che dividerà il pubblico ma, se non altro, dimostra d’avere una ferrea personalità, si impone, non vuole farsi piacere all’istante e lascia a noi l’ardua sentenza o, per dirla in tema, ci offre il coltello dalla parte del manico.
Spero vi divertirete quanto mi sono divertita io. Se così non fosse, non disperate: Just because someone stumbles and loses their path, doesn’t mean they’re lost forever.
Laura
