Dov’eravamo rimasti?

Sono passati due anni da quando l’abbiamo incontrata per la prima volta e vi posso garantire, che non è cambiata affatto: è scaltra, non sta ferma un minuto, è brillante e indipendente, continua a parlarci rompendo la quarta parete e il suo frenetico fil rouge di pensieri – spiegato per nostro diletto – continua ad illustrarsi in animati e puntuali storyboard, creando attraverso la tecnica mista, l’ormai famigliare marchio delle sue avventure.

Direi sia lecito prendere qualche appunto e tirare le fila: Enola Holmes è tornata! Dopo un discreto primo capitolo, Harry Bradbeer alla regia e Jack Thorne alla sceneggiatura tornano a lavorare insieme per il due di tre di quel che sarà la già annunciata trilogia targata Netflix.

Questa seconda avventura prende ciò che aveva reso il capostipite un buon pezzo e lo elabora perfezionando Enola Holmes 2 (2022) in toni più adulti e conducendo il film ad un livello successivo. Evolvono le atmosfere e i temi, perché ogni passo combaciata al cambiamento della protagonista: è maturata, la nostra Enola e noi con lei! La sua crescita è equiparata, non solo per età – quale sia la ragazza prossima a diventare una giovane donna – ma anche e soprattutto per le consapevolezze assimilate vivendo ogni controversia che l’Epoca Vittoriana possa (non) nascondere. Enola è la chiave con cui percepiamo le difficoltà delle emarginate, è lo spioncino da cui spiamo l’andazzo di una società stretta e ingiusta. Come un romanzo di formazione predispone la scalata alla crescita, anche il linguaggio del film si fa serio e ricercato, ugualmente colorito dal sano umorismo e alleggerito dai drammi adolescenziali. Le basi sono poste sulla penna della scrittrice Nancy Springer, capace di conferire a Enola Holmes il canone che merita nel contesto più ampio dell’Universo Holmesiano.

Il lavoro raggiunto con la sceneggiatura è ottimo, dalle parole di Springer vengono colti e mantenuti gli aspetti tipici del Giallo Positivista di Arthur Conan Doyle – valenza questa, da non dare mai per scontata, assuefatti come siamo ai più moderni metodi logici, puliti e/o noiristici del genere.  Ogni detective ha la propria firma e gli Holmes li si riconosce subito: parlano di e per enigmi, si invischiano in giochi di metodo, sono investigatori che si sporcano le mani, finiscono inseguiti su per i cornicioni o mezzi ubriachi per le vie umide dell’oscura Londra di fine Ottocento, si travestono e cambiano identità, a volte spariscono – Eudoria Holmes (Helena Bonham Carter) ne sa qualcosa – spesso, per loro, la giustizia non arriva in pompa magna, s’attarda, e quando giunge il lieto fine, quest’ultimo, non è nemmeno tanto lieto, quanto più dolceamaro.

Se Hercule Poirot è un Irish Coffee sorseggiato d’inverno davanti al camino, gli Holmes sono lo scotch secco servito durante una conversazione formale: pochi convenevoli, dritti al punto, visualizzare, ragionare e poi operare! Non c’è dolcezza nel liquido ambrato; certo, può fornire una buona dose di vigore istantaneo, quanto basta per fronteggiare il terribile clima inglese, e forse, è proprio per questo che tra Holmes ci si cerca costantemente, come a voler trovare il dolcificante che manca e che solo tra fratelli e sorella può esser colto. Tale punto, imbastito appena dal primo film, viene ripreso e fatto sbocciare dando maggior screentime allo Sherlock Holmes di Henry Cavill (chiunque non fosse rimasto convinto dal casting, verrà in questa sede fermamente smentito!), le cui gesta s’intrecceranno al caso seguito dalla sorella Enola – una sempre frizzante Millie Bobby Brown, della quale che altro potrei aggiungere? La terza Holmes è il pane che mangia, è l’ossigeno che respira, non si trova il nodo che unisce lei alla sua beniamina ed il risultato è calzante, irreverente, insomma, è una gioia ritrovarla in questi panni!

La naturalezza con cui Brown interpreta Enola è la stessa che sposa Cavill per il suo Sherlock. Entrambi gli Holmes si cercano, si preoccupano l’uno per l’altra e si punzecchiano, ma lo fanno deliziandoci con una chimica pazzesca – ancor più importante, mostrandoci, poco per volta, l’autenticità del profondo affetto che li lega seppur solitari, ognunə nell’eremo dei propri caratteri difettati. Insomma, dopotutto, sono degli Holmes!

Dall’unione degli intelletti avverrà l’azione e con essa, si svelerà la soluzione dei due casi concatenati, perché, come afferma la madre Eudoria: “Indipendenti sì, ma mai soli”. Lo disse una volta Fleabag “People are all we’ve got” e quel concetto, intimo e drammatico, diverrà, in questo film, un passo più femminista e dal sentore politico, il cui evento in auge (Matchgirls’ Strike, 1888) prevarrà sul finale. È quell’unione che si fa portavoce contemporanea e che unisce fiction e non-fiction: il focus dal Positivismo al Realismo, come Doyle ci ha insegnato.

Enola Holmes lotta e continuerà a lottare, poiché è consapevole che dovrà farlo con tenacia più di quanto non venga chiesto ai suoi brillanti fratelli. Gli uomini non vengono messi in discussione, qualsiasi siano le loro azioni, ad esse corrisponderanno sempre credibilità e nuove possibilità. Alle donne questo non è concesso. È una società cucita su misura per l’altro sesso ed Enola lo sa e lo vive, deve difendersi, difendere e combattere per farsi sentire. Deve puntare i piedi se vuole esser presa sul serio, il rischio altrimenti è restare invisibile o vivere all’ombra di uomo – che sia l’accompagnatore o, in ambito professionale, il fratello Sherlock Holmes. Ed invisibili sono tutte le ragazzine e donne morte per tifo alla fabbrica di fiammiferi Bryant & May, la cui valenza è tanto importante da saltare all’occhio di nessuno. Se non ci fosse stata un’altra giovane donna, investigatrice, ad interessarsene, ne sarebbero state decimate altrettante sotto l’indifferenza generale.

Enola Holmes è l’espediente narrativo con cui ci viene narrato di Sarah Chapman (qui interpretata da Hannah Dodd), pioniera del “Gender Equality and Fairness at Work”, è il mezzo con il quale ci viene ricordato che c’è stato un tempo – sempre troppo drasticamente vicino – in cui le donne che imparavano, non avrebbero dovuto farlo, di chi sapeva ed il sapere diventava un rischio, un pericolo, tanto che una loro sparizione era la cura, non il sintomo di una società sbagliata – e lo diciamo e ribadiamo noi, che si bruciava sui roghi con l’accusa di stregoneria solo qualche secolo fa, giusto per puntualizzare.

Epoche diverse, stesso problema radicale e fondato.

Se Sherlock combatteva la corruzione, Enola dovrà lottare contro la corruzione E la disparità di genere, perché come si è detto sopra: noi donne abbiamo sempre dovuto lottare due volte in più rispetto agli uomini. E vi tremeranno le ginocchia quando un certo genio del crimine di nostra conoscenza, agirà per mezzo di questo stesso movente …

Qualsiasi cliché possa saltare all’occhio, è infine scusato non solo dall’intento, ma anche e soprattutto dalla gestione puntuale ed onesta con cui il tutto vuole essere mostrato. Non c’è morale ma importanza, non c’è lezioncina, ma giustizia. L’ho scritto per il primo film e lo ribadisco per il sequel: avrei tanto voluto crescere con queste storie; sono grata siano giunte a me anche ora che ho trent’anni e sono felice per chi, tra le giovani generazioni, potrà trovare in Enola Holmes un’eroina a cui aspirare e su cui contare.

Laura