Sapevate che all’Arconia potrebbe nascondersi un Moriarty? Avete capito bene, un Moriarty stratega del crimine come la nemesi del famoso Sherlock Holmes. Stando alle ultime dichiarazioni di John Hoffman, è proprio questo il macro-disegno che amplierebbe la mappatura di Only Murders in the Building portando le indagini in una direzione completamente nuova. Per mesi siamo stati convinti che la terza stagione potesse essere l’ultima, (una per ogni personaggio del trio meraviglia). Invece mi trovo qui a scriverne ora con cuore leggero, consapevole che sia stata rinnovata per un capitolo successivo. Si dorme sempre tra due guanciali quando i progetti e le idee ci sono, soprattutto se pensate a lungo termine. Si accarezzano le possibilità, finché la ragnatela non avrà abbastanza riflettore per mostrare il disegno completo e nel frattempo, si può sempre sognare.

Dopotutto, guardare Only Murders in the Building è un po’ come avere la conferma d’aver fatto i compiti a casa correttamente. Sei cresciuto a pane, family-com, Tina Fey, un po’ di Nutella e gli sketch del Saturday Night Live. Entri nel giro, si coglie qualche citazione, intuisci l’atmosfera e in un attimo, inizi a pensare come loro, a ragionare come loro.
Vivi le avventure insieme a loro.


Con la dovuta attenzione, i fan più affiatati saprebbero anticipare le guest star che calzerebbero a pennello nel circoletto del crimine, sia per conoscenze condivise, che per umorismo consimile.
Eppure, e, ciò nonostante, i produttori esecutivi (nonché protagonisti indiscussi della serie) Steve Martin, Martin Short e Selena Gomez sono riusciti a sorprendere chiunque!
Paul Rudd che muore accasciato a terra sul palco del suo debutto? Meryl THE Streep?? Andiamo, ragazzi, ho capito vincere facile, ma così non vale!


Due soli nomi e già s’intuisce quanto la produzione dell’annata 2023 sia stata mastodontica. Non che le due stagioni precedenti peccassero in tal senso, ma va sottolineato come l’attenzione – predisposta ad ottenere un risultato dalla cura peculiare – sia stata tutta per la gestazione e l’utilizzo di un cast stellare d’eccezione, il quale non fa solo in parte, ma completa anzi l’intera riuscita del lavoro. Da grandi guest star però, derivano grandi responsabilità e per offrire maggior spessore all’uno, non è detto che, contando le tempistiche, si riescano a mantenere le stesse accortezze per il resto messo in cantiere.

Da qui viene la mia personalissima (e più tiepida in parte) opinione riguardo la terza stagione di Only Murders in the Building – che pure le va riconosciuta l’assoluta capacità di riuscire nell’impossibile contro il tempo, le aspettative e zigzagando alla meno peggio tra i giusti scioperi della SAG-AFTRA.
La constatazione, più che una mera critica, vuole appurare quanto il rischio – al quale si è andati drasticamente vicino – sia stato offrire una stesura di un caso/indagine più blando e dispersivo al costo di una nuova rosa di personaggi tutti da dover introdurre e scoprire.


Un primo esempio è la sceneggiatura lasciata un po’ troppo alla superficie degli eventi senza ottenere una profondità più ricercata (del tipo a cui ci avevano già abituati con il caso di Bunny Folger, e che calzi, nonostante tutto, all’estetica stessa della comedy). Tale perdizione però resta momentanea, e poiché conscia di sé stessa, dopo un groviglio caotico di situazioni filler, la scrittura torna a quadrare riuscendo coerentemente a compiersi sul finale.

Inoltre vanno prese in considerazione le eccezioni – passatemi il termine, perché definirle tali è il vero delitto compiuto da parte mia – le quali da sole riescono a risollevare l’asticella. Loretta Durkin, il delizioso personaggio interpretato dalla Streep, rinnova l’intera facciata del bouquet caratteriale a cui eravamo avvezzi, portando in scena uno dei più teneri e commoventi personaggi da lei interpretati negli ultimi anni. La struttura poi, la stessa del musical (dentro il musical), di Broadway riarrangiato come setting principale che soppianta l’amato palazzo degli omicidi, sconvolge e ammalia lo spettatore con disarmante facilità. Sono lance spezzate a loro favore e fanno ben più che scagionare, elevano semmai la terza stagione sopra un podio tutto suo, e per tale ragione, differentemente orchestrata rispetto le precedenti due. Si gareggia in un campionato a parte dove il timing è più serrato, accattivante, a volte eccessivo e scostante, ma irresistibilmente affascinante per il retaggio che porta. Che sia “A Chorus Line”, “New York New York”, “All That Jazz”, “Chicago” o “Cabaret”, non c’è musical che Oliver Putnam non abbia inscenato per citazioni e riferimenti. Forse è per questo che parolieri del calibro di Benj Pasek, Justin Paul, Sara Bareilles, Michael R. Jackson, Scott Wittman e Marc Shaiman ottengono – con ragione – tutti i riflettori.

Con azzardi simili presi nel mirino e centrati al cento per cento è quasi sicuro che Only Murders in the Building se la giocherà agli Emmy dell’anno prossimo. A maggior ragione, va sottolineato come questa stagione sia stata pensata appositamente per tentare il tutto per tutto e vincere. Non si scrivono canzoni per Meryl Streep, né si incita Martin Short a tornare a cantare (dopo la vittoria del suo Tony Award nel 1999 ed il grande successo del suo musical “Fame Becomes Me” nel 2006), se non si vuole lottare almeno un po’ per ottenere qualche statuetta d’oro.
“Look for the Light” è il brano che porta Meryl nuovamente dietro a un microfono dopo la sua amatissima Donna Sheridan (Mamma Mia!) ed è il cuore, non solo del meta-musical, ma di tutta la terza stagione; è l’anima di una madre che ritrova il proprio figlio e accoglie la seconda possibilità di rivalsa con umiltà e gratitudine.


“Creatures of the Night” e “Which of the Pickwick Triplets Did It?” tornano a unire i Big Boys del Principe D’Egitto e li innalza, dimostrando che non di solo umorismo campano i Martins, ma di tecnica, consapevolezza e grande talento.


Ed infine, “For the Sake of a Child” toglie lo sfizio, non solo di vedere Streep duettare con Paul Rudd in un montaggio illusorio durante l’atto finale, ma ci regala anche Martin Short inedito sul palco della prima di Oliver Putnam accompagnato dall’amica/collega di una vita intera. Il connubio Short/Streep è unico, ricercato, atteso da anni da parte di entrambi gli interpreti e noi, come pubblico, riusciamo a percepirlo grazie alla loro chimica, così da bearcene al pari di un miraggio – solo che stavolta è successo davvero!

Dalla semplice lettura di questa recensione, penso si possa dunque supporre dove caschi l’equilibrio dell’intero elaborato. È un pendolo tra l’evoluzione del caso e del musical stesso – il teatro che imita la vita e viceversa in un gioco di riflessi assolutamente calzante – ed è solido solo quando è l’ultimo a indirizzare il primo.


In mancanza di un focus maggiore sul trio, le cui diatribe ci vengono esposte forse con troppa carenza di flashback per comprenderne gli sviluppi – e senza una visione podcast-centrica e pienamente investigativa – non ci resta altro che procedere e, verso la seconda metà della stagione, ritrovare in parte ciò che ha sempre reso Only Murders in the Building la serie comfort per eccellenza. Non un caso o forse una coincidenza che proprio il ritorno di Theo Dimas (James Caverly) conduca la stagione a ricalibrarsi sui giusti binari? Non sono assolutamente di parte, qui parlano i fatti e dal settimo episodio, Only Murders in the Building a Broadway ingrana la marcia fino a concludere un terzo giro di boa nell’ormai saltuaria maniera: con stile.


Le regie di Hoffman (episodio 1), Shankman (episodio 3), Berman-Pulcini (episodio 8), Babbit (episodio 9) sono solide e sapienti. Una soluzione ovvia – dovuta al basilare e confusionario andamento dello sviluppo – diventa mediocre solo quando non si sa come imbastirla agli occhi del pubblico, ma non è questo il caso. Non appena Paul Rudd e Weasley Taylor – col tocco magico di un fazzoletto – si scontrano davanti alla tromba di un ascensore fuori servizio, diventa chiaro che per Only Murders in the Building la mediocrità non è e non sarà mai un’opzione.

In un mondo dello spettacolo che si appoggia sugli allori, depreda librerie di sceneggiature non originali e ripete sé stesso all’infinito, siate come i Martins e Selena Gomez che lavorano per far divertire, ma soprattutto per divertirsi. Siate come gli arconiacs che azzardano, inciampano ma non demordono.
L’intrattenimento resta la più sana delle compagnie, dopotutto, e la più invincibile delle cure.
Vi avviso però che dall’intrattenersi al diventar parte di una famiglia dista solo un battito di ciglia.
Laura

