Joy Womack ha un sogno, quello di diventare la prima ballerina nell’accademia prestigiosa di balletto russo del Bolshoi, nulla potrà fermarla dal raggiungerlo, né le sue origini americane, né la spietata maestra di ballo Tatiyana Volkova.

Joika, nelle sale cinematografiche dal 2 novembre, è il nuovo film del regista neozelandese James Robertson con protagonista la talentuosa Talia Ryder nel ruolo della tenace ballerina Joy, una giovane adolescente che lascia all’età di soli quindici anni la sua umile famiglia nel Texas per entrare nella blindata cerchia delle ballerine del Bolshoi. Il suo coraggio e la sua determinazione la aiuteranno ad affrontare delle sfide fisiche e psicologiche inimmaginabili, uno spunto di riflessione su quanto sacrificio si cela dietro atleti professionisti che cercano con dedizione di superare i limiti del loro corpo.

Le coreografie ideate dalla vera ballerina Joy Womack accompagnano lo spettatore passo dopo passo in questa odissea ai limiti della tragedia, durante la quale la protagonista si lascia annientare e quasi morire per raggiungere il suo posto sul palcoscenico del Bolshoi. Intensa è senza dubbio la performance di Talia Ryder, la quale non solo deve far fronte all’interpretazione di una psicologia complessa, ma anche alla messa in scena di numeri di danza classica di altissima difficoltà. Con i suoi movimenti riesce a trasmettere la passione ed il dolore che nasconde giorno dopo giorno durante questo viaggio nella gelida Russia, ma il tutto non è supportato da una regia originale, bensì sterile.

Molto interessante è invece il personaggio dell’esigente maestra di ballo Tatiyana, la quale nei panni della bellissima Diane Kruger trova la sua sublimazione. Sebbene le due attrici a capo di questo progetto siano più che valide e adatte per questi ruoli, la narrazione tende a perdersi verso la metà del film, abbandonando lo spettatore nella confusione di uno story telling senza ritmo. Si tratta di un biopic che non è stato costruito in modo adeguato, magari per la mancanza di una sceneggiatura all’altezza di una rappresentazione così complessa come quella di Joika.

La durata del film è penalizzante, insieme con una regia che molto spesso rende i momenti di più significativi delle performance di ballo delle tristi riprese amatoriali di un comune saggio di danza. Non c’è uno studio dei costumi approfondito e neanche scelte musicali originali tanto dare rendere questo progetto un vero e proprio spettacolo teatrale. Forse il peso delle emozioni è nettamente sbilanciato rispetto ai restanti aspetti della storia, e questo contribuisce ad appesantire la visione di questo film che sembra essere una copia cheap di capolavori della danza come Il Cigno Nero di Darren Aronofsky e Girl di Lukas Dhont. 

Riccardo