“Everyone deserves a good orgasm.”
– Harris Dickinson durante la conferenza stampa di Babygirl a Venezia81
Viva noi donne, viva i nostri impulsi, desideri e pulsioni. Viva la libertà di fare quello che ci sentiamo di fare senza paura di essere giudicate, viva il piacere che meritiamo di raggiungere.

Amministratrice delegata di una grande azienda, Romy (Nicole Kidman) sembra avere una vita perfetta: ammirata e rispettata dai colleghi, amata e coccolata dalla famiglia. Tutta apparenza. Dietro la patinatura si cela una frustrazione che vive nella sua intimità. Al potere che esercita sul campo lavorativo si contrappone il desiderio di essere dominata a letto. È l’arrivo di un nuovo stagista – Samuel, interpretato da una delle nuove stelle che brilla nel panorama contemporaneo, Harris Dickinson – ad introdurla alla dinamica che tanto desidera.


Presentato in Concorso durante l’81a edizione della Mostra internazionale d’arte cinematografica, Babygirl è valso la Coppa Volpi per la miglior interpretazione femminile a Nicole Kidman, che fa il suo ritorno sul Lido dopo ben 20 anni (aveva presentato nel 2004 Birth di Jonathan Glazer). La sua interpretazione è il fuoco che arde e tiene in vita l’opera: la Kidman non si risparmia e con grande audacia affida sé stessa, il suo corpo e probabilmente anche le sue insicurezze – fa un certo effetto vederla sottoporsi alla chirurgia estetica – al volere della regista Halina Reijn, in una performance sincera, cruda e per nulla scontata.

È stato automatico immedesimarsi nel suo personaggio, evitando di cadere nel ridicolo e nel grottesco. C’è dell’ironia che smorza l’atmosfera, quasi ad intralciare la sensualità e il desiderio, ma la rappresentazione mantiene sempre dei toni da cui non trapela mai una messa in discussione dei temi trattati.

Romy non trova soddisfazione sul piano sessuale, la vediamo infatti masturbarsi mentre vede dei porno, per raggiungere il culmine che col marito non riesce a provare. Ed è meraviglioso vedere rappresentato il desiderio femminile libero e senza pregiudizio. Impulsi che poi vengono approfonditi e scardinati con lo stagista con cui si innesca subito un gioco di potere e seduzione in cui lei necessita e brama di essere dominata.


“Good girl” dice Samuel al cane che stava per attaccare Romy in mezzo alle strade di New York. Quel good girl continua a riecheggiare, per poi essere ripetuto in un sussurro sensuale ed erotico alla stessa Romy. Si instaura proprio un rapporto in cui il giovane fa da padrone, impartisce ordini e lei esegue pronta per raggiungere – e dare – piacere. Nella seconda parte del trailer si sente già un assaggio della colonna sonora che trasmette la tensione erotica – ma anche del proibito – della dinamica che si è instaurata fra la CEO e il suo stagista.



È così appagante e rincuorante vedere sul grande schermo una donna che si abbandona ai suoi desideri, impulsi e pulsioni; eppure – al tempo stesso – l’opera non sfocia mai nella vera e propria trasgressione. È quasi una rappresentazione edulcorata, che non va totalmente a fondo, quasi frenata e fin troppo delicata. Ciò non toglie che Babygirl sia un film che parla forte e chiaro, e la cui potenza sta nell’immensa capacità di mettersi ancora in gioco di Nicole Kidman.
Marika
