Le aspettative, dannate aspettative… Ammettiamolo: la campagna marketing di Longlegs ha alzato il nostro hype fino alle stelle, giocando in sottrazione, mostrandoci poco nulla, accrescendo così la nostra curiosità. E forse è stato proprio tutto questo mistero ad aver conferito sin da subito al film un’aurea di fascino irraggiungibile, ma anche delle aspettative dannatamente elevate. C’immaginavamo di trovarci davanti alll’horror dell’anno, il più spaventoso, cruento, sadico ed è qui che gran parte del pubblico ha avvertito una sorta di avvilimento e frustrazione. Longlegs di Osgood Perkins non è solo un horror e soprattutto non è un film che vuole accontentare un pubblico generalista.

Non è esagerato dire che di questi tempi è difficile trovare un buon horror nel panorama cinematografico. Sebbene la definizione di terrificante sia del tutto soggettiva, a volte i prodotti dei grandi studios possono risultare assai prevedibili, impantanati da paure stantie e idee noiose. Ma di tanto in tanto, studi indipendenti come Neon producono film che fanno ciò che dovrebbe fare qualsiasi esponente del genere horror: spaventarti a morte. Ed è il caso di Longlegs. C’è qualcosa in questo film che è estremamente agghiacciante. L’eccezionale regia di Perkins è forse la risorsa più incredibile del film. Non ero così stressata guardando un film da anni, e questo perché ogni scena crea sempre più tensione, angoscia. E questo è un grande complimento per un film di questo calibro. Le lente panoramiche della macchina da presa insieme alle sue luci inquietanti, creano un’atmosfera che ti fa sussultare in previsione di ciò che potrebbe accadere dopo, giocando con tutte le tue aspettative, per poi frantumarle completamente.

Devo ammetterlo: la mia primissima esperienza con Longlegs non mi è sembrata poi così terrorizzante… all’inizio. Il film non punta a giochi scontati di jumpscare e si muove con una certa pacatezza fra il genere horror ed il thriller. Il risultato finale è un’opera glaciale, lucida, ipnotica, eppure sembrava mancare qualcosa. La storia arranca un po’, si trascina nel tempo e non trova molto a cui aggrapparsi. Non ho trovato alcuna soddisfazione lungo il percorso risolutivo del racconto. Qualcosa di malvagio è ancora là fuori e si sta avvicinando. E probabilmente è proprio questa la sensazione che il film vuole lasciarti una volta concluso: inappetenza, insoddisfazione, vuoto.

A meno di 12 ore dalla prima visione, tuttavia, il personaggio agghiacciante che porta il volto (irriconoscibile) di Nicolas Cage è riemerso nei miei incubi, sbucando dal nulla per gridare “Hail Satan!” con quella sua voce acuta ed inquietante. Quanti film horror possono vantare la capacità di dirottare il tuo subconscio? Con Longlegs, lo sceneggiatore e regista Osgood Perkins offre il tipo di ricompensa che cercavamo da bambini, sfidando noi stessi a guardare film su figure spettrali che ci facevano venire voglia di dormire con le luci accese. Qui, Cage interpreta un produttore di bambole chiaramente disturbato che crea effigi a grandezza naturale delle sue vittime che inspiegabilmente fanno sì che le loro famiglie diventino omicide. Una cosa è temere di essere fatti a pezzi da uno sconosciuto e un’altra è immaginare che i tuoi stessi genitori alzino un’ascia contro di te. Sebbene non sia sempre logico (e addirittura assurdo nel tratto finale), il film di Perkins insegue il bambino che è in te, concentrandosi su una follia omicida le cui vittime sono ragazze con una sola cosa in comune: sono tutte nate il 14 del mese.

Sapete chi altro è nato il 14? Lee Harker, una recluta dell’FBI interpretata da Maika Monroe. La star di It Follows sembra più giovane dei suoi anni qui, come una ragazza che ha deciso di vestirsi da Clarice Starling per Halloween. I film con protagonista Hannibal Lecter hanno avuto evidenti influenze su Perkins, che sembra aver messo insieme Longlegs utilizzando efficacemente riferimenti ad altri film horror, alternando scene lente e minacciose con tagli ellittici disorientanti per suscitare il massimo terrore.

C’è il fanatismo religioso dei recenti film sullo sfruttamento delle suore, così come i messaggi nello stile del killer di Zodiac, scritti con rune criptiche che sono indecifrabili tranne che per la firma: Longlegs. Quel nome aderisce immediatamente all’iconica prova attoriale di Nicolas Cage, non meno inquietante del gobbo Nosferatu di Max Schreck, una performance che è stata fonte di ispirazione per tutta la carriera di Cage. Come quel primissimo vampiro apparso sul grande schermo, Longlegs ci mette in tensione con il suo linguaggio del corpo contorto e i suoi gesti esagerati – che dalla prima strana inquadratura che taglia via la testa di Longlegs, ci spiega come il personaggio riesca ad insinuarsi nel nostro cervello. Visivamente, è assai arduo riconoscere Nicolas Cage sotto tutto quel trucco prostetico: con i suoi capelli bianchi e stopposi, il fondotinta pastoso e l’outfit sbiadito, assomiglia meno a un uomo e più ad un’androgina Bette Davis in Che fine ha fatto Baby Jane?. Questo non è certo il tipico archetipo horror, eppure, una volta rivelato lo schema finale del film, lascia un’impronta più che inquietante.

Vediamo Longlegs avvicinarsi alla casa di campagna bianca di una bambina innocente. La sequenza di apertura è stilizzata come a ricordare un filmino casalingo sgranato, con i suoi colori Kodak vintage e gli angoli arrotondati. Successivamente, il fotogramma si espande fino a diventare un widescreen completamente anamorfico, creando una forma simile a una bara che tende a isolare i personaggi in un’ambiente minaccioso. Mentre Cage interagisce con quella che chiama “la quasi festeggiata“, il suo comportamento clownesco delinea il tipo di estraneo sinistro a cui è bene consigliare alle ragazzine di non avvicininarsi.

Da questo prologo, il film fa un balzo in avanti dagli anni ’70 agli anni ’90 per trovare Lee mentre partecipa a una ricerca dell’FBI. Mostra un’intuizione quasi psichica, premonitiva, la stessa che ha distino Clarice Starling ne Il Silenzio degli Innocenti. Eppure, come il personaggio interpretato da Jodie Foster, Lee è una donna in un universo machista in cui essere eccellenti non basta, non basta mai. Dovrà sgomitare duramente per farsi strada fra i suoi colleghi e gli enigmi lasciati da Longlegs.

Invece di riciclare gli elementi standard del genere, Perkins elimina la maggior parte degli aspetti procedurali e si concentra su dettagli distintivi. Capisce che i jumpscare non sono che uno dei tanti piaceri di un film horror di successo. Destabilizzare le aspettative del pubblico e alleviare la tensione con esplosioni impreviste di assurdità sono altrettanto importanti, entrambe tattiche che impiega con precisione esperta. Molto spesso con il cinema horror, un approccio less is more può essere utile poiché i pensieri terrorizzanti di ciò che non puoi vedere possono avere un impatto maggiore di ciò che il tuo sguardo coglie limpidamente.

Oz Perkins potrebbe essere il regista perfetto per portare in scena i drammi familiari: è il figlio dell’attore Anthony Perkins, immortalato nei panni di Norman Bates in Psycho di Alfred Hitchcock, un altro ritratto della vita familiare americana con un finale profondamente imprevedibile. Chiaramente, ce l’ha nel sangue! Evidenti le influenze del film di Hitchcock, immagini evocative piazzate strategicamente per strizzare l’occhio ai fan più accaniti del genere, fino a sondare con profondità l’intimo rapporto che lega una madre alla sua creatura.

La tensione perenne in Longlegs è ottenuta in gran parte grazie alla regia di Perkins ed alla fotografia di Andrés Arochi. Quasi tutto il film è composto da inquadrature grandangolari che portano lo spettatore a scrutare costantemente lo sfondo alla ricerca di qualcosa in agguato, e in alcune inquadrature c’è davvero qualcosa – o qualcuno – nascosto nell’ombra. Perkins si diletta anche nel giocare con le proporzioni, una pratica complicata che può facilmente sembrare inutile e pretenziosa. Tuttavia è un ottimo modo per ritrarre le sequenze di flashback e rispecchia abilmente le immagini polaroid che sono centrali all’interno della storia. Il modo in cui Arochi centra ogni inquadratura e cattura ogni fotogramma con un filtro dalle tonalità opache, ti immerge completamente in situazioni in cui saresti assolutamente terrorizzato di ritrovarti. Seguendo il personaggio di Lee in maniera voyeuristica, quasi perseguitandola di scena in scena, amplifica il senso di pericolo imprevedibile che potrebbe verificarsi da un momento all’altro. In combinazione con i toni sinistri delle melodie oscure di Zilgi, tutto appare come in uno stato costante di rovina imminente.

Detto questo, per tutti gli elogi che Nicolas Cage riceverà – doverosi e più che meritati – per quanto mi riguarda, a livello di performance, questo è lo spettacolo di Marika Monroe. È senza dubbio una delle attrici più sottovalutate che lavorano oggi nel panorama cinematografico, e le sue abilità meritano di trascendere l’horror e di essere riconosciute ed adoperate in tutti i generi, perché è un’interprete davvero preziosa. Nei panni dell’agente Lee Harker, Monroe mette in scena un individuo torturato, che ha attraversato la sua (ingiusta) dose di traumi con cicatrici indelebili. Eppure Monroe riesce a ritrarla come danneggiata e combattiva allo stesso tempo. È un’eroina in tutto e per tutto e, senza dire molto, c’è sempre qualcosa sotto i suoi occhi e nella sua mente, che si tratti di dolore o competenza, tutto è reso palpabile attraverso i sottili manierismi e le espressioni di Monroe. È forse la più grande performance della sua carriera finora.

Longlegs si muove sinuoso seppur minaccioso come un serpente, con estrema placidità, pronto a fendere il suo pubblico sovvertendo ogni previsione. Il film di Oz Perkins vi attende al cinema dal 31 ottobre, quale modo migliore per festeggiare Halloween?!

Angelica