Bentornati nel WandaVisionverse! Sono passati tre anni da quando Nostra Strega e Madre Jac Schaeffer ci ha fatto dono della serie evento dedicata a Scarlet Witch (qui la recensione), e da un colore all’altro, con il suo viola, ufficialmente intitolato per noi Agatha All Along, dimostra, non solo d’esser tornata a piè sospinto, ma di non averci mai perso la mano! La sua penna è inconfondibile e la creatività che ne divampa, è lo smacco necessario a dimostrare che non serve un enorme budget per confezionare un progetto meritevole e onorevole sotto ogni punto di vista.

Cosa ricordiamo di Agatha Harkness? Che impressione ci aveva fatto, prima che Wanda Maximoff le soggiogasse la mente? Innanzitutto, non è una strega buona – o almeno, questa è la reputazione che la precede. A causa sua, molte delle dicerie che colpiscono il clan sono ormai date per assodate. Nessuna fattucchiera ha mai mangiato bambini, eppure lei afferma d’averne morso qualcuno. Poche della sua risma possono dirsi al sicuro, quando la Harkness si trova nei paraggi; inoltre, si vocifera che abbia sacrificato il suo unico figlio, Nicholas Scratch, per ottenere in cambio il Darkhold. Tuttavia, quando si parla di stregoneria, si sa, il confine tra bene e male, giusto e sbagliato, è molto labile e difatti, anche la Ballata della Witch’s Road, lo dice:
Where all that’s wrong is right and all that’s bad is good.
Ebbene, partiamo da qua. Da Agatha che è ancora Agnes intrappolata da tre anni nel suo incantesimo mentale, senza che la Strega Scarlatta possa tornare a infrangerlo, reiterandone o modificandone le sorti. Come era stato per WandaVision, anche stavolta, Westview viene imbellettata a favore del genere televisivo in cui è cristallizzata. Stiamo parlando di un livello da serie tv crime/drama – del tipo che True Detective e Mare of Easttown vengono insieme assemblate, sia per estetica che per linguaggio. Dentro questa realtà circoscritta, Kathryn Hahn vestirà i panni di una detective sola e scorbutica, prossima a scoprire la soluzione di un caso. È stato trovato un cadavere nel bosco. Capelli rossi, prime falangi delle dita macchiate di scuro. Non ha nome ed è una donna. Nell’obitorio avviene la realizzazione, una presa di coscienza che libererà Agatha e lascerà a noi il dubbio che Wanda Maximoff sia veramente morta in seguito alla caduta del Monte Wundagore (Doctor Strange in the Multiverse of Madness), distruggendo tutte le copie del Darkhold nel processo.

Che questa serie sia uno dei migliori prodotti usciti negli ultimi cinque anni, dovrebbe far molto riflettere le teste di casa Marvel. Tale è il genio, da poterlo intuire con una semplice scena in cui, lo spezzarsi dell’incantesimo, viene rappresentato con la protagonista costretta a liberarsi (letteralmente) di ogni strato che l’abbia definita nel processo televisivo abbozzato nella pantomima di Scarlet Witch. Dismette gli outfit anni 90 e 80, si sveste delle mise anni 70 e 60, spiccando, infine, in un look argentato bianco/nero con l’iconica acconciatura e il sorriso smagliante annessi.

Ora sì che si ragiona! Sarebbe tutto perfetto se solo Agatha non fosse stata però prosciugata di ogni potere e non avesse un ragazzino nel ripostiglio! Teen, così chiamato, o famiglio, per restare in tema, ha il volto di Joe Locke, qui al suo secondo ruolo da protagonista per una serie di ampio raggio. Affezionarsi a lui sarà semplice come bere un bicchiere d’acqua e con il progredire degli episodi, crescerà un sentore d’orgoglio per il talento di cui questa giovane promessa ha saputo far sfoggio in mezzo a un cast di sole leggende. Vi assicuro che Locke si sposa divinamente con l’estro delle attrici, tanto da poter conferire alla serie il motto: “Be queer, be a woman or go home!”.


Non da meno, è grazie a Teen se Agatha è riuscita a liberarsi dell’incantesimo. La restante percentuale dell’aiuto, va lasciata però a Rio Vidal (una Aubrey Plaza folle e senza Dio, amiamo vederla), ex amante della protagonista e l’originale fra tutte le Streghe Verdi. Le annuncia l’arrivo delle Sette di Salem, perché, a quanto pare, Agatha Harkness sta sviando la Morte già da qualche secolo…
Nuovo piano, dunque, nuovo programma: con la scusa che serva anche al ragazzo, la nostra dovrà riunire una congrega per percorrere insieme la Strada delle Streghe. Tutto cambia quando, nonostante le poche aspettative, le magie del caos e della realtà collimano e la porta appare davanti ai loro occhi. Perciò, Jennifer Kale (Sasheer Zamata), Alice Wu-Gulliver (Ali Ahn), Lilia Calderu (Patti LuPone) e una non-di-certo-strega Sharon Davis (Debra Jo Rupp) dovranno percorrere il cammino evitandone le fiere fameliche e cercando di sopravvivere.
Schaeffer torna a giocare così con gli estetismi e le mode del tempo; attraverso una sequenza di prove lungo la Strada, le nostre streghe si conformeranno al box prescritto, prima come perfette Real Housewives, poi come ruggenti componenti di una Rock Band anni 70. Si vuol strizzare l’occhio al periodo in cui Agatha All Along è stato pensato per lo streaming: un travestimento a settimana, finché Halloween non scocca e con esso, ogni incantesimo svelato.

Il primo approccio è quello del divertimento; alla congrega vengono poste sfide al pari delle Fatiche di Ercole – dovendo sconfiggere demoni interiori e antiche maledizioni – ma ciò che il camuffamento nasconde, può essere l’eventuale metafora di una persecuzione avvenuta nei secoli e che ancora persiste senza fine. È dall’alba dei tempi che le streghe non trovano pace e non importa in che epoca siamo, quanti anni passeranno ancora, né che si abbiano le capacità di tramutare il luogo al momento indicato: che sia per ogni diceria folkloristica del caso o, peggio, per le inquisizioni che ne emettevano le condanne a morte, le donne, se istruite e indipendenti, hanno sempre dovuto lottare per la propria vita. Non c’è da meravigliarsi, lo dice anche Marina & the Diamonds in Man’s World: burnt me at the stake you thought I was a witch centuries ago, now you just call me a bitch.
Pertanto, la Strada, non sarà solo una ricerca del magico e del potere, ma anche una costante per una rinnovata fede in sé stesse, così da ottenere la sicurezza, quella che il mondo, là fuori, intende toglierci ogni giorno.
They can take your power, Jen, but they can’t take your knowledge.
Il lamentare di questa condizione viene incarnato perfettamente dal personaggio di Lilia Calderu, la strega dalle origini siciliane, nonché una Patti LuPone immensa oltre ogni dire. Del suo istinto dovevamo fidarci sin da subito, poiché non penso sia stato un caso, che una stella di Broadway come lei, si sia fatta irretire dalle spire della Marvel con sì fatta facilità. L’idea che i migliori periscano sotto il facile guadagno dei cinecomic, è la prassi, quasi fosse un contrappasso con cui tutti, prima o poi, dovranno fare i conti. Quando però è LuPone ad accettare un progetto simile, forse va davvero da sé che, il detto titolo, risulti fresco e innovativo, budget inferiore ma con idee superiori. Un cast di sole donne poi, e un giovane attore il cui rispetto per le colleghe è palpabile; me la immagino, a firmare il contratto per direttissima! Doveva esserci del succo molto buono già preventivato su carta e lei l’ha riconosciuto all’istante.

Allora giungiamo – non senza molta difficoltà emotiva – al settimo episodio dedicato proprio al suo personaggio. Credetemi quando vi dico che siamo davanti a uno dei migliori artefatti che siano mai stati ideati di recente, un connubio di logica perfezione e delicatissima sensibilità come non se ne vedevano da anni. Il trucco sta nell’esser riusciti a condensarlo in soli trenta minuti per un impatto ancora più devastante. A monito dell’importanza che si dovrebbe dare alla costruzione, prima ancora che all’imprevisto, con la storia di Lilia Calderu abbiamo la perfetta summa di anni passati a rappresentare la fluidità del tempo unita al peso di doverci convivere. È un loop circoscritto ma ben più esteso, che va oltre il nostro sapere, fin quando l’ultimo tassello non troverà posto e solo allora, in ultima battuta, allo spettatore diventerà tutto chiaro.
Prima abbiamo avuto DARK (2017) in tre annate, poi The Haunting of Hill House (2018) con una sola stagione – a suo tempo anche Interstellar di Christopher Nolan diede un certo contributo – ad oggi, invece, possiamo vantare un unico episodio di singolare perfezione: “Death’s Hand in Mine”.

Provate a restare impassibili voi, mentre Patti LuPone dice una frase del genere, ricoperta di fango, dismessa e affranta e con le lacrime agli occhi. Provate a non abbandonarvi alla tragicità di un personaggio scorbutico che, della sua durezza, ha fatto scudo solo per proteggersi dall’avvenire. Lilia Calderu incarna il fluttuare del tempo – così come le serie sopracitate hanno cercato di mostrarci, facendo scuola – dalla sua infanzia, saltiamo al presente come al passato e di nuovo al nostro immediato futuro, ricollegando i pezzi del puzzle, con i quali ci è dato conoscere e capire, come Lilia sia stata costretta a vivere da sempre. Ciò nonostante, anche nell’incertezza c’è speranza: quella d’abbracciare il proprio scopo, sia pure alla fine della storia – ma sarà, invero, la conclusione? O solo un prosperoso inizio? All’unire i puntini, troveremo accoglienza e consapevolezza.



Una gratitudine innata e un orgoglio che stringe l’essenza, allora sì, ogni lamentela sarà stata solo di facciata, perché la sua congrega l’ha portata alla fine di un viaggio e non vi è più motivo di nasconder loro l’affetto che porta, per ogni pericolo che non avrebbe mai potuto fronteggiare da sola e per l’aiuto che ne conseguirà. Si accetta così il destino rovesciando la Torre e il resto diventa storia. Un sorriso alla fine di tutte le cose.

Con Lilia Calderu si chiude un percorso in Agatha All Along che spiazza il pubblico e lo conquista con forza straziante. C’è della disperazione in queste streghe, le quali, all’ultimo Fato, si uniscono e diventano una famiglia, e c’è per noi una commozione inaspettata per personaggi conosciuti da così poco rendendoli però indimenticabili. Ecco, dunque, la riuscita della buona scrittura. Un risultato fattibile, non solo per mezzo di mille film al cinema di cui si fa quantità, anziché qualità, ma attuabile laddove sia d’interesse farlo. Basta il talento e un poco di passione in più per la materia che s’intende toccare, non dimenticando mai il rispetto, sia per il proprio elaborato che per noi in quanto pubblico.
Jac Schaeffer ci ha dato questo e molto di più, poiché non ha mai mancato d’ascoltar(ci). Su piattaforma viene data ampia voce a quella parte sempre un po’ bistrattata dell’esoterico marvelliano, che viene quindi sapientemente plasmata da mani esperte. È consapevole del cult stregonesco – di cui i titoli di coda si fanno araldo in una sfilata tra cultura pop, partendo da Bewitched o I Simpson nella fiction, e con Irene Ray ultima tra le accusate di arti magiche nel 1938, nella realtà – e conosce perfettamente i fumetti da cui poter partire per il suo corredo di nicchia.

Schaeffer predilige la storia al plot twist. Non demorde sull’originalità che diventa personalità e ne cura il dettaglio fregandosene, quando, tra il pubblico, si è già intuito chi possa essere Teen, o quale oscuro segreto nasconda Rio Vidal. Azzarda la normalità abbandonando il facile espediente dello shock value e decide di soffermarsi sulla costruzione del pellegrinaggio che porta alla rivelazione, sapendoti intrattenere al meglio delle inventive capacità. Pur intuendolo, è questo cadenzare insieme alle Streghe a farci apprezzare ciò che ci aspetta al morire del crepuscolo.

È proprio il caso d’aggiungere che sia il viaggio più importante della meta e nel cambiare registro, a metà stagione, si vuole passare il testimone da una protagonista all’altro. In molti non hanno apprezzato lo scambio con il quale si pone Teen al centro della storia, ma, seppur sia un’opinione condivisibile, è anche innegabile che gli intenti fossero sempre stati chiari. I figli di Wanda Maximoff esistono perché lei li ha pensati, immaginati e creati; in vista dei progetti futuri della Marvel (tra cui gli Young Avengers) credere che queste serie non servano all’introduzione di altrettanti svariati personaggi ancora in disguise, sarebbe, da parte nostra, un’azione ingenua e poco lungimirante. Inoltre, predisponendo le basi per Wiccan – attraverso un numero considerevole di parallelismi con scene volutamente auto-citazionistiche tratte dai titoli precedenti – si cementa la strada per Agatha così come l’abbiamo sempre conosciuta nei fumetti: un eterno Virgilio nelle sembianze di un fantasma errante.



Non vi mentirò, inizialmente, quando Wanda venne introdotta in Age of Ultron nel 2015 al pari di un esperimento incerto, mi convinse poco. Senza contare che i limiti posti a Scarlet Witch erano dettati da problemi con il copyright e da un’inflessibile reticenza, da parte del fandom, per tutto ciò che riguardava la stregoneria. Era facile creare un Iron Man dandogli l’armatura o un Captain America mettendogli in mano lo scudo, ma una Strega – in un universo senza ancora X-Men canonici – come potevi spiegarla? Ora però i tempi sono cambiati e se c’è qualcosa che funziona, quando gestita sulla base dello sviluppo, è proprio l’ampliamento della Magia e non dimentichiamo, ovviamente, chi ha aperto le acque, affinché ciò potesse accadere: Doctor Strange (2016) sto parlando di te!
Si avanza, quindi, con questo lento progredire anche in piccoli progetti come Agatha All Along, dove nei momenti cardine in cui abbiamo imparato a conoscerla, il personaggio della Hahn tramuta sé stessa da fanciulla, madre e anziana, verso un’entità che ha ancora molto da raccontare.

La Ballata, che lei stessa ha composto insieme al figlio, diventa qui croce e simbolo dell’universo stregonesco e ne nasconde un passato tanto dolce come il miele quanto amaro come il fiele. Ahimè, non ci si poteva aspettare niente di meno dalla Strega che amò la Morte a tal punto da crearne la vita; non sarebbe stato altrimenti, senza la drammaticità con cui Agatha e Rio continuano a cercarsi nei secoli, né avrebbe potuto evitare di fomentare le peggiori voci sul suo conto, quando la realtà – di un lutto che ancora persevera nell’amore, vi ricorda qualcosa? – ha una matrice più dolorosa e, dal suo punto di vista, imperdonabile.


Ecco perché Agatha Harkness ha ancora bisogno di Billy Maximoff: per condonarsi un errore avvenuto al di sopra delle sue capacità e darsi un’altra possibilità, finché non riuscirà finalmente a proseguire oltre ritrovando suo figlio. Viceversa, il ragazzo necessiterà della sua guida per trovare il gemello disperso ora reincarnato nel corpo di un giovane sfortunato e solo al mondo.
Agatha All Along è una creatura sinistra ma divertente, ambigua ma con uno scopo. La sua trasformazione accompagna con sé personaggi che non dimenticheremo mai. In attesa che Vision Quest prenda forma, è riuscita, partendo dalle origini, ad offrire nuovi spunti e lo ha fatto straziandoci comunque il cuore per la congrega che abbiamo imparato a conoscere lungo il cammino.
Nessun nome si perderà nel tempo, non finché ci sarà il fantasma di una bisbetica strega centenaria a ricordarli e un ragazzino magico ad omaggiarli.
Laura
