“I don’t feel comfortable having this conversation with you anymore.”
“Not everything is supposed to make you comfortable.”
E come sempre eccomi qui, non sentendomi mai all’altezza, che cerco di mettere ordine ai miei pensieri per poter restituire anche solo una piccola parte di quello che Luca Guadagnino mi ha regalato con una sua nuova opera.
Lo ripeto di continuo, ma è qualcosa che mi stupisce sempre: si rinnova costantemente, senza mai tradirsi e snaturarsi. È incredibile come riesca sempre a creare lungometraggi così diversi fra loro, pur restando fedele a sé stesso. Entro in sala consapevole che sentirò sempre la sua presenza, in vesti diverse, ma non mi abbandona mai. E tutto questo mi fa sentire al sicuro.

Il mio personale Leone d’Oro, After The Hunt, è stato presentato per scelta di Guadagnino stesso fuori concorso all’82a edizione della Mostra internazionale d’arte cinematografica di Venezia, ed è anche una delle sue opere più respingenti (per me), come se cercasse di mantenere le distanze. Non l’ho vissuto come un aspetto negativo, ma come un modo diverso per accompagnarmi nella storia, ovvero un nuovo modo di vivere Guadagnino sul grande schermo: lontano, eppure sempre in sua presenza. Al suo cospetto.
Alma (Julia Roberts), insegnante di filosofia all’università di Yale, si trova improvvisamente di fronte ad un bivio personale e professionale quando Maggie (Ayo Edebiri), una della sue allieve, accusa il collega e amico Hank (Andrew Garfield) di molestie sessuali.

Il tutto prende vita in corridoi accademici, studi, aule e salotti borghesi in una messa in scena elegante in cui i personaggi occupano in maniera perfetta quasi maniacale gli spazi nelle inquadrature. I personaggi si muovono fra luce e buio, in quelle zone grigie dove forse giace la verità, in ambienti soffocanti e quasi opprimenti. Questa volta Guadagnino per la fotografia si affida a Malik Hassan Sayeed, mentre dietro la scenografia c’è nuovamente il talento di Stefano Baisi.

E ancora una volta a concretizzare la tensione narrativa ci sono Trent Reznor e Atticus Ross, le cui tracce fanno vacillare le immagini, intensificando i conflitti a cui assistiamo, quelli fra i personaggi, ma soprattutto quelli interiori. C’è una scelta curiosa a cui penso spesso e riguarda una delle canzoni non originali utilizzate. In entrambe le scene al pub, una con Julia Roberts e Andrew Garfield, l’altra con Julia Roberts e Chloë Sevigny, vi è di sottofondo la stessa identica canzone: Terrible Love dei The National.

“Il cinema non dà le risposte, ma coltiva il dubbio.” e Guadagnino mette in pratica le sue parole, non prende una posizione, ci mostra diversi punti di vista senza giudicare, dirama la brillante sceneggiatura di Nora Garrett (al suo primo film!!!) come solo lui sa fare, prendendosi i suoi tempi, concentrandosi sul contatto umano (le mani!!!), come l’attrazione che sia Maggie sia Hank provano per Alma, perché alla fine per lui contano le emozioni dei suoi personaggi, dimostrando sempre quanto tenga a loro. Vediamo il loro dolore, le loro pulsioni, i loro dubbi e li seguiamo mentre prendono delle scelte, giuste o sbagliate che siano. E ci interroghiamo anche noi su cosa sia etico e corretto, ci domandiamo cosa avremmo fatto al loro posto, mentre permea l’ambiguità che col tempo viene risolta. Credo che sia l’opera più rischiosa e moralmente complessa del maestro, che come sempre si dimostra all’altezza della sfida che ha deciso di affrontare.

E a dare volto a questi tormenti interiori vi è la diva Julia Roberts, in una delle sue performance migliori. Intensa e complessa, è completamente al servizio della visione di Guadagnino, si inserisce perfettamente nel suo immaginario trasmettendo ogni fragilità di Alma con immensa grazia. Così come a tenerle testa c’è Andrew Garfield, magnetico e conturbante, che col suo fascino riesce a trascinarti nella sua tela, ma al tempo stesso è misterioso con un fare piacione che un po’ ti mette in allarme. Ayo Edebiri è il riflesso delle fragilità di una persona che vuole essere ascoltata e creduta. E poi i fedelissimi di Guadagnino, le certezze: Chloë Sevigny e Michael Stuhlbarg.

Ciò che ammiro di Guadagnino è il profondo rispetto che nutre nei confronti non solo dei suoi personaggi, ma anche del suo pubblico. Non fa un film didascalico in cui spiega le basi del consenso, non imbocca lo spettatore spiegando cosa è giusto e sbagliato, si affida al suo buon senso e al suo raziocinio. Affida a me la responsabilità di prendere una posizione e per questo gli sono grata.
After The Hunt per quanto possa essere respingente in quel senso di inquietudine che si cela dietro l’eleganza di ogni inquadratura è destinato a crescerci dentro visione dopo visione.
Dal 16 ottobre al cinema.
CUT!
Marika
