Dopo più di 20 anni dalla sua ultima partecipazione alla Mostra Internazionale Di Arte Cinematografica di Venezia, Jim Jarmusch ritorna in concorso con il suo nuovo film corale Father Mother Sister Brother.
Seguendo le vicende dei membri di 3 famiglie che si riuniscono rispettivamente negli Stati Uniti, Irlanda e Francia, il regista analizza con malinconia ed amarezza le complesse sfumature delle relazioni umane, aprendo un’ampia riflessione sul concetto di famiglia.

Nel primo atto Adam Driver e Mayim Bialik si recano a casa del padre (Tom Waits) per controllare il suo stato di salute compromesso dalla demenza senile. L’intero incontro si svolge nel salotto della gelida e disordinata dimora dove il padre vive oramai apparentemente da solo, lontano dalla civiltà e da qualsiasi contatto umano, sopravvivendo di ricordi ed aggrappandosi ai fantasmi del passato con i quali trascorre giornate fatte di lunghi silenzi. I dialoghi con i figli sono interrotti da parole non dette, sguardi di complicità tra fratelli e sorrisi che nascondono bugie. Questa riunione volutamente tragico-comica, rivela quanto i due figli siano diventati quasi degli estranei per l’ormai anziano padre che a sua volta finge il suo malessere per avere la misericordia ed il supporto economico da parte della famiglia.

Nel secondo episodio, il più bello e divertente, le protagoniste sono 3 donne favolose: Charlotte Rampling, Cate Blanchett e Vicky Krieps.

Charlotte interpreta una famosa scrittrice di successo, algida ed austera che si prepara ad accogliere a casa le sue due figlie oramai grandi ed indipendenti. La prima ad arrivare è la primogenita (Cate Blanchett) composta e riverente nei confronti della madre, quasi impaurita dalla sua presenza, la seconda è la ribelle Vicky Krieps, segretamente lesbica e ancora in cerca di un lavoro. Tra dolcetti, pasticcini e teiere riempite di thè caldo, questo rendez-vous diventa il palcoscenico per una recita che viene inscenata da entrambe le protagoniste. Nessuna di loro ha il coraggio di scoprirsi, parlare di sé, della propria vita e di quello che gli sta accadendo. Tutte indossano una maschera di ferro e con un sorriso forzato lasciano che il tempo scorra e finalmente ponga fine all’imbarazzo di tre persone che sembrano oramai non conoscersi più.

Le sorelle hanno il timore di rivelare chi sono veramente, chi amano e come vivono nella loro quotidianità, distanti dalla madre che è divenuta solo una figura lontana alla quale far visita una volta l’anno dopo un invito forzato al quale entrambe non possono sottrarsi.
L’ultimo episodio, quello più dolce, ha per protagonisti due gemelli, una sorella ed un fratello, che si ritrovano entrambi nella casa di famiglia a Parigi in seguito alla morte dei genitori. In questo antico appartamento in pieno stile parisienne, i due rivivono e scoprono il legame indissolubile che avevano prima della loro scomparsa, un’unione che si è spezzata con la tragica morte, ma che vogliono mantenere in vita tramite il loro ricordo.

Con il suo humor dark e malinconico, Jarmusch parla ancora dei ribelli, di coloro che escono fuori dagli schemi e che vivono la loro vita nel pieno delle emozioni e dell’assoluta libertà, sfuggendo alle convezioni sociali schiaccianti (nel primo episodio il personaggio di Tom Waits, nel secondo quello di Vicky Krieps).
Il film si conclude in modo circolare illustrandoci delle realtà dolorose: nei primi due episodi, i figli evitano i propri genitori, trattandoli come sconosciuti e allontanandoli dalle proprie vite, nell’epilogo invece i figli cercano di riunirsi spiritualmente con dei genitori che purtroppo non ci sono più.
Da piccoli silenzi nascono degli abissi che separano anche le unioni più viscerali come quella tra madre e figlio. Un’incomunicabilità che sembra crearsi quasi intrinsecamente, dovuta al normale svolgersi della vita, all’evolversi in persone diverse che non sempre vogliono rivelarsi ai loro cari.
Sebbene il film abbia delle debolezze nel ritmo della narrazione, a sorpresa arriva alla vittoria con Il Leone D’oro da parte della giura della mostra di Venezia, un premio che onora forse non solo il talento degli attori coinvolti ma anche la carriera di un grande regista del cinema indipendente.
Riccardo