Non ricordo quando è stata l’ultima volta che guardando un film immersa nel buio della sala mi sono attorcigliata dentro la poltrona, abbandonandomi completamente, emozionata come una bambina. Con la gola secca, tiravo dei lunghi respiri strizzata in quel corsetto che ho pensato potesse esplodere a momenti. Ammiravo incantata le scene snodarsi di fronte ai miei occhi meravigliati e nel frattempo sentivo il calore salire dalla punta dei piedi pervadermi tutto il corpo fino ad arrivare alle mie guanciotte rosse. Ero quasi imbarazzata e timorosa che qualcuno mi vedesse così vulnerabile mentre mi lasciavo andare a quegli impulsi primordiali.
Io a fine film mi sono presa un bella manciata di minuti in silenzio per riacchiapparmi, ma quando mi sono alzata ancora stordita e non in grado di collocarmi nello spazio-tempo, una cosa sono riuscita a dirla: “Io voglio sempre sentirmi così al cinema.”

“Wuthering Heights”, esatto con le virgolette, è la visione personale di Emerald Fennell dell’omonimo romanzo del 1847 di Emily Brontë. Quelle virgolette sono già la spiegazione di tutto: non si tratta di una – ennesima – trasposizione fedele del libro: Fennell prende i suoi ricordi della travagliata storia di Cathy (la divina Margot Robbie) e Heathcliff (il lanciatissimo Jacob Elordi) e li mette su pellicola. Probabilmente quello che sto per scrivere potrà essere un’eresia, ma – come alla regista – svariate inquadrature e scelte stilistiche mi hanno riportata a opere come Shining (1980), Gone With The Wind (1939), Vertigo (1958) e The Cook, the Thief, His Wife & Her Lover (1989), giusto per fare qualche titolo. Ai miei occhietti sontuoso e immenso, grondante di passione travolgente. Fisicamente ed emotivamente struggente.

Il film si apre con un impiccagione a cui assistono dei bambini – fra cui i nostri protagonisti – che notano come più la corda si stringe attorno al collo dell’uomo più la sua erezione è accentuata. E credo che sia un antipasto perfetto per le portate che Fennell servirà audacemente nelle seguenti due ore e mezza, che fa sua la passione tormentata che consuma la rampolla Cathy e l’orfano Heathcliff, accolto dal padre di quest’ultima nella loro dimora. Io inevitabilmente penso ad Elisa di Rivombrosa (che sì, arriva dopo lo scritto di Bronte, ma poco importa), all’angst fra i protagonisti che non possono stare insieme per via del diverso lignaggio. Tuttavia, Cathy e Heathcliff a differenza di Elisa e Fabrizio, non sono in grado di esprimere l’amore che provano l’uno per l’altra e da questo nasce la costante impossibilità a stare insieme.

Il mio far riferimento al cibo non è casuale: esso stesso elemento narrativo fondamentale, rafforza la rappresentazione della tensione sessuale fra i due protagonisti. Le uova una loro costante in più forme: vediamo Jacob Elordi maneggiare dei tuorli con la macchina da presa che indugia sulle sue dita pregne di liquido, Cathy che mangia l’uovo alla coque pucciandoci dentro il pane con fare sfacciato proprio in faccia ad Heathcliff o semplicemente l’inside joke delle uova rotte nel letto. I simbolismi di cui si serve Fennell non sono per nulla nuovi, eppure sposano bene la sua sceneggiatura. Oltre al cibo come strumento per raccontare la sessualità vi è l’immagine ricorrente del velo, simbolo di castità e purezza. E all’inizio – prima di lasciarsi andare alle sue pulsioni e al volere di corpo e cuore – Cathy ne è l’emblema.

Inebriante e distruttivo, “Wuthering Heights” cattura perfettamente l’essenza di desiderio e dolore, in un roaller coster di emozioni accentuate dalla colonna sonora composta da Anthony Willis e dalle tracce di Charli XCX che ha fatto sua la visione di Emerald Fennell, conferendo imponenza alla sua opera.
Tutto combacia perfettamente: Robbie ed Elordi incendiano lo schermo fino a gettare la fiamma che alimenta il film addosso allo spettatore. Io so solo che sogno ogni notte la scena del corsetto e che mangerei tutte le sere uova alla coque.

Emerald Fennell, you fuckin’ legend, l’hai fatto di nuovo. Sarò sempre dalla tua parte.
Dal 12 febbraio al cinema!
Marika
