Quando una serie sceglie di esporre in modo drammatico la storia d’amore tra John F. Kennedy Jr. e Carolyn Bessette-Kennedy, non si limita a raccontare una storia d’amore, bensì si addentra quasi nella leggenda. 

I primi tre episodi di Love Story (una serie tv antologica biografica creata da Connor Hines), portano con sé il peso dei ricordi collettivi, di anni di attenzione dei giornali scandalistici e della difficile aspettativa di offrire allo stesso tempo intimità e rispetto agli spettatori. 

Il risultato è una serie molto curata nell’aspetto, spesso sincera dal punto di vista emotivo, a volte un po’ frustrante, e sempre consapevole che i suoi protagonisti hanno vissuto – e sono morti – sotto gli occhi di tutti. 

A prima vista, la serie si colloca a metà strada tra un dramma di alta qualità e una storia d’amore tragica. Ryan Murphy (produttore esecutivo della serie) vuole chiaramente fondere la fragilità personale con lo spettacolo mediatico, offrendo non solo una storia romantica, ma anche una riflessione sulla fama.

L’episodio pilota si apre con un promemoria chiaro: sappiamo già come andrà a finire questa storia. Invece di creare suspense attorno agli eventi. La serie, con immagini curate, punta sui lunghi sguardi, i quali cercano di trasformare i titoli dei giornali in emozioni vere e umane. Una scelta rischiosa che però sembra funzionare quasi sempre.

Paul Anthony Kelly interpreta John F. Kennedy Jr. con un mix di carisma e insicurezza, mettendo in evidenza il conflitto tra ciò che il pubblico si aspetta da lui e la sua confusione personale. La sceneggiatura si basa sull’idea che John non è solo “il principe d’America”, ma un uomo intrappolato e chiaramente stanco da ciò che ha ereditato. Le scene che coinvolgono Naomi Watts nei panni di Jacqueline Kennedy Onassis fungono quasi da fermalibri emotivi, ricordando che ogni decisione personale ha un peso storico. 

Sarah Pidgeon interpreta Carolyn Bessette-Kennedy con una riservatezza voluta. Non viene mostrata come un’immediata figura romantica da sogno; al contrario, appare prudente, molto attenta a ciò che la circonda e a volte così chiusa da risultare difficile da capire.

New York invece sembra più un personaggio che osserva da bordo campo che una location. 

Se il primo episodio è incentrato sull’introduzione, il secondo usa la moda come strumento di sviluppo dei personaggi. La silhouette pulita e la semplice sicurezza di Carolyn ricordano il modo in cui veniva ricordata culturalmente, mentre la disinvoltura casual ma allo stesso tempo ben curata di John rafforza il suo ruolo pubblico. 

Il terzo episodio (“America’s Widow“), cambia totalmente tono. La perdita personale e l’attenzione pubblica iniziano a scontrarsi, e la serie trova finalmente un po’ di intensità emotiva. La scrittura diventa più intima, lasciando che pause e silenzi parlino più forte delle dichiarazioni drammatiche.

Ed è qui che la serie inizia a porsi domande più specifiche: questa relazione è stata un rifugio dalla fama? L’amore ha portato pace o ha semplicemente amplificato le pressioni già accumulate? Finora non risponde direttamente, e questa ambiguità gioca a suo favore. Tuttavia, il ritmo diventa un problema evidente. Alcune scene si protraggono troppo a lungo, come se la serie avesse paura di procedere rapidamente verso una tragedia nota. 

Il punto di forza della serie – ad ora – sono le interpretazioni. Kelly riesce a catturare il carisma di Kennedy Jr. senza scivolare nell’imitazione. Pidgeon, allo stesso tempo, rende la Bessette intenzionalmente sfuggente, il che sembra fedele a come è stata spesso ricordata: una donna che negoziava costantemente visibilità e privacy. 

Per quanto riguarda le interpretazioni secondarie invece, in particolare quella della Watts (Jackie O.), sembrano apparire eccessive rispetto alla storia d’amore centrale, ma permettono di capire meglio il mondo intenso attorno alla coppia.

Le puntate iniziali sono realizzate in modo ben curato, ma emotivamente caute: una serie che sta ancora decidendo se essere una storia d’amore travolgente o una critica all’ossessione americana per il glamour e la tragedia. Non è perfetta, e a tratti sembra quasi troppo rispettosa dei suoi protagonisti per essere pienamente viva. Eppure c’è qualcosa di coinvolgente in questo equilibrio.

Se le restanti sei [puntate] riusciranno a far sentire queste icone come persone imperfette piuttosto che come pezzi da museo, la serie potrà concentrarsi meno sulla nostalgia e più sull’eterno prezzo della vita vissuta in pubblico. Se ci riuscirà, potrà anche mostrare il fascino, la profondità e la complicità unica di John e Carolyn, rendendo la loro storia più viva e umana. Altrimenti, rischierebbe di diventare ciò che alcuni critici temono: una rivisitazione elegante ma distante di una storia che si pensa di conoscere già. 

Non vi resta che iniziare Love Story, se non lo avete ancora fatto, oppure continuare a seguire la serie, che ci terrà compagnia per le prossime sei settimane. In Italia gli episodi vengono rilasciati ogni venerdì su Disney Plus, mentre negli Stati Uniti si possono seguire su FX e Hulu il giovedì sera. 

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