Alfonso Cuarón ha amato The Northman. Anche io.

In fondo ho iniziato a voler bene a questo film da quando le testate americane lo annunciarono quasi tre anni fa. Gli ho voluto ancora più bene nell’agonia dell’attesa prolungata dalla pandemia. Probabilmente ho anche maturato un istinto da mamma chioccia nei suoi confronti nel momento in cui sono usciti i primi poster… brutti. Brutti loro ma bello il film, specifico. Devo essere totalmente sincera e ammettere che anche il trailer rientra fra il materiale fuorviante di questa promozione, che badate: è un bel trailer, ma sottolineo la parola fuorviante. E da una parte ha anche senso che lo sia.

The Northman è un film pensato per il grande pubblico, deve andare bene, soprattutto dopo il notevole aumento di budget per via del Covid. Il trailer, ovviamente, è montato in funzione di questo. Non crea false promesse, lo rende molto più action e frenetico di quello che in realtà è. Il terzo lungometraggio di Robert Eggers si prende i suoi tempi, immerge e assorbe lo spettatore in un’epoca lontana in cui realtà e finzione si intrecciano riproducendo fedelmente la cultura vichinga. The Northman potrebbe essere il film sui Vichinghi più accurato che sia mai stato realizzato”. Eggers, autore meticoloso e attento ai dettagli, ha scritto la sceneggiatura insieme allo scrittore e poeta islandese Sjón affidandosi anche al consulto dell’archeologo Neil Price.

E per essere completamente onesta, ho un’altra confessione. Ero pronta a mentire, agli altri ma in particolar modo a me stessa, fingere che mi fosse piaciuto nel caso in cui avesse deluso le mie grandi aspettative. Fortunatamente non ce ne è stato bisogno e posso serenamente consigliare la storia di Amleth, una figura del romanticismo scandivano da cui trae ispirazione lo stesso Shakespeare per il suo Amleto. “I will avenge you father. I will save you mother. I will kill you, Fjölnir”: Amleth, un giovane principe vichingo dell’Islanda del X secolo, assiste alla morte del padre per mano dello zio. La vendetta diventa il suo unico scopo nella vita. Come The Batman (2022) dir. Matt Reeves, “I am Vengeance”. Eggers si serve di una storia conosciuta ambientandola in epoca vichinga con l’intento di non confondere lo spettatore e permettendo a sé stesso di focalizzarsi sulla ricostruzione fedele del mondo scandinavo.

L’autorialità di Eggers è costretta a sposarsi con la produzione a grande budget, un’unione sofferta che ha richiesto del tempo e i giusti compromessi per ottenere un risultato equilibrato che soddisfacesse entrambe le parti. L’enorme produzione ha permesso ad Eggers di realizzare il film così, ma al tempo stesso gli ha quasi tarpato le ali. Nel corso della visione si percepisce una sorta di freno, come se il regista statunitense volesse spingersi oltre e osare di più, renderlo più cruento, oscuro e claustrofobico come i due lungometraggi precedenti (The Witch, 2015 e The Lighthouse, 2019). Lui stesso non ne ha fatto un mistero: realizzare un prodotto di questa portata è stato per lui un’enorme fatica. La sua presenza probabilmente è un po’ offuscata in quest’opera, ma la sua visione artistica, nitida e cristallina, si traduce nella creazione del mondo dal punto di vista vichingo, fatto di scontri sanguinolenti, profezie, rituali, folklore e avvenimenti mistici. Il sovrannaturale è un elemento molto caro ad Eggers, una costante che fa da cuore pulsante al suo cinema, messo in scena con una naturalezza che quasi disorienta, mettendo in atto una vera e propria sospensione dalla realtà. Cuarón lo spiega meglio di me: a differenza di altri registi, Eggers non considera magia o simbolismi come punti di rottura con la normalità, non fa nessuna distinzione. “It’s as if those elements are as natural as the weather. And people coexist with those elements as a matter of existence. There’s no question about the existence of witches. There’s no ulterior explanation… It was just witches”.

Eggers e il direttore della fotografia Jarin Blaschke sfruttano al meglio l’ambientazione islandese alternando le lunghe distese verdi e vulcaniche a numerosi primi piani e scene di combattimento raggiungendo un equilibrio alquanto appagante. Inoltre, scelgono di girare alcune scene servendosi di una sola macchina da presa – decisione stilistica che si traduce in un unico punto di vista –, facendo delle riprese di alcuni minuti senza interruzioni. Si tratta di vere e proprie coreografie in cui ogni persona all’interno dell’inquadratura compie una danza dove la coordinazione è tutto. Il risultato è incredibile e sul grande schermo ha un effetto totalmente immersivo che amplifica l’estraniamento dal mondo esterno. E a chiudere definitivamente le porte di ciò che c’è fuori dalla sala vi è la suggestiva colonna sonora di Robin Carolan e Sebastian Gainsborough. Un mio dispiacere è la mancanza di un contributo da parte di Björk, il cui cameo rappresenta un altro tassello che rende The Northman un’opera primordiale, storicamente accurata e animalesca.

A capo del branco vi è Alexander Skarsgård che, per il ruolo del principe che non conosce altro destino al di fuori della vendetta, compie una vera e propria trasmutazione. La trasformazione del suo corpo non si limita all’aumento di massa muscolare: l’attore svedese arriva a cambiare postura e ad esprimersi a versi, plasmandosi nella sua interezza ad immagine e somiglianza di orsi e lupi. La sua figura mastodontica spesso occupa l’inquadratura, dominando e sovrastando chi condivide la scena con lui e il pubblico oltre lo schermo.

Una perfomance commovente e viscerale la cui fiamma è alimentata dagli altri talenti presenti nella pellicola: Claes Bang, Nicole Kidman (we love a reunion, specialmente se così intensa), Ethan Hawke, Willem Dafoe e Anya Taylor-Joy. A quest’ultima viene affidato uno dei personaggi più interessanti, Olga, il cui background meritava sicuramente più spazio. Da una parte questo alone di mistero, il suo essere così sfuggevole ed eterea l’ha resa ancora più intrigante e magnetica, il suo essere l’unica in grado di tenere a bada la belva che vive dentro Amleth trasmette un senso di pace quasi inebriante… tuttavia il mio desiderio di sapere di più sulla sua figura quasi mitologica ha un po’ prevalso.

Sono trascorsi sette anni da The Witch (2015), la prima unione artistica fra Anya Taylor-Joy e Robert Eggers, nonché il lungometraggio tramite il quale ho scoperto entrambi i loro talenti. The Northman prova che Eggers è uno dei pochi – forse l’unico – in grado di far brillare la regina degli scacchi. È stata una riscoperta meravigliosa e il ritrovamento di un amore.

The Northman prova anche che affidarsi a grandi produzioni non sempre porta ad una perdita dell’identità e dell’impronta che rendono un autore unico. Certo, non è il primo film incentrato sui vichinghi, ma ha ragione di esistere. E deve (r)esistere. Caro Robert Eggers, non temere. Nonostante i sacrifici hai creato un’opera incredibilmente personale, tua, un viaggio nel tempo degno di essere vissuto in quel luogo magico che ho l’onore di chiamare casa: la sala.

ps. avrà visto Il primo re (2019) dir. Matteo Rovere? Io voglio credere di sì. E dirgli grazie.

THE NORTHMAN DAL 21 APRILE SOLO AL CINEMA!

Marika