A un mese di distanza dall’uscita del documentario di Selena Gomez “My Mind & Me”, le parole ancora mancano, faticano a trovarsi, quasi si sprecherebbero se tentassi – come sto maldestramente facendo – di dar forma compiuta all’inafferrabile. Avessero soltanto la mera valenza di una recensione, forse potrei farmi piccola piccola e fingere che basti scriverne oggettivamente per poi proseguire con la mia vita. È un pezzo nato un po’ dal silenzio, questo, e dal timore di poter dire troppo e a proposito, o troppo poco svilendo la sostanza con banalità stantie. Allora, prendetela per quella che è, una voce fra le tante, come la goccia che zampilla oltre la cascata, si appiana sulla roccia e nel silenzio circostante, evapora al sole.

Inizialmente, non avevo dubbi, pensavo anzi, che fosse doveroso portarsi un pezzo del suo cuore qui sopra. Mi ero detta, con sicurezza, che appena avessi preso visione dell’operato, ne avrei scritto con commozione e orgoglio. C’era una certa vanità da parte mia, che parlava per autoconvinzione e mi offriva una facile illusione: quella di poter trovare le parole giuste per descrivere uno spaccato di vita invero tanto delicato quanto sofferente – eppure così onesto e generoso.
“There is a girl who’s crippled by anxiety and can’t move when she looks in the mirror. She smiles when everyone is looking, but cries when she’s alone”.
Così contro ogni previsione, me ne tirai indietro. I documentari si riportavano da soli, pensai, e quel che Selena ci stava mostrando, rivelando sé stessa con coraggio, era ben più grande di quanto avrei mai potuto ricavarne io scrivendone.
Dopotutto, Selena Marie Gomez non ha bisogno di una seconda voce per raccontarsi, eppure, quanto ha fatto, è bastato affinché moltə potessero udirsi all’unisono insieme a lei. Sentirsi visti, sentirsi capiti. La voce fra le tante che prende corpo, non perché da sola deve urlare per essere ascoltata, ma perché trova nelle altre un’ancora a cui aggrapparsi. Se qualcuno mi vedrà così, allora non si sentirà più solo, recita Selena nella canzone omonima. Perché ci si salva tra di noi e con noi, perché parlarne, è importante, essere ascoltati, è importante.
“I want joy and hope. Clean air where I can finally breathe”.
Cadere, farsi male, cadere ancora, restare a terra per anni e ugualmente accettarsi, è importante. Volersi bene al nostro peggio, ci salva la vita. Perdonarci quando la tempesta imperversava e non ci ha permesso di essere ciò che volevamo (o speravamo) diventare, perdonarci se non siamo statə migliori, ci salva la vita. Scalare la vetta e non raggiungerla più come un tempo, è abbastanza.
Come scriveva Rilke: “Lascia che tutto ti accada, terrore e bellezza. Nessuna sensazione è definitiva”. Il fulcro del documentario sta tutto qui. Un viaggio che è stato doloroso, ma terapeutico per Selena e che è diventato storia di fragile resiliente forza per noi.

“What has been is not what will be”.
Di quel sodalizio e tacito accordo, nel quale lei si è mostrata abbastanza, perché tale sarebbe stata la portata della differenza. Dal patire per compatire, dall’accettarsi per accogliere, dal conoscersi per guarire, fino a ricavare, dal privilegio che la circonda, l’aiuto necessario¹ e immediato per il prossimo, senza voltarsi mai dall’altra parte.
“I am confident. I am full of doubt”.
C’è onestà nel raccontarsi e generosità nel condividerlo. Chiunque parli di costruzioni studiate e prodotti ben congeniati, svilisce un atto – seppur edulcorato e solo al fine di preservare sé stessa, di quella privacy che non dovremmo mai dimenticare di rispettare – che potrà essere d’aiuto o di ispirazione per qualcunə, là fuori; un domino, un effetto farfalla. Una storia può salvare una vita, e ovunque arrivi, il messaggio troverà giovani menti a cui parlare e dar loro sostegno. Lo vedo su di me l’effetto che fa, che sono sua coetanea, lo vedo su di me, persa da anni senza un motivo apparente con il cordoglio per quella che ero e che non posso più essere. Quando si impara a navigare a vista, si pazienta finché non si riesce ad andare oltre la boscaglia, ma certe sensazioni intrusive tenteranno sempre di ostacolarci.

Selena è passata oltre la boscaglia, ma sa che c’è stato il lupus e ci sarà ancora, sa che c’è stato il bipolarismo e ci sarà ancora, eppure lei non sarà più un’auto in corsa né l’incidente, perché stavolta ci siamo fermati e soffermati. Così lei ha avuto la premura di raccontarci che il lieto fine non lo si ottiene con l’assenza totale del dolore, ma trovando il bene che ci permetta di sopportarlo. È dura, come lezione, ma è vicina a tal punto, è comune a tal punto, da profumare di speranza.
Oltre il velo di Maia che comporta la sua celebrità e la lontananza che può derivarne, lei ha teso la mano, un’altra volta, perché questa, – i suoi fan lo sanno, l’hanno sempre saputo – è Selena Gomez, cicatrici e tutto il resto. Nella sua interezza, Selena è abbastanza.
Noi siamo abbastanza.
Queste allora, che tanto vaghe prendono forma, non saranno forse le parole giuste, ma sono quelle sentite per me, per potervi passare attraverso, per poterle dire grazie.
“I am sad. I am angry. I am at peace”.
Son servite settimane per accostarmi con il dovuto rispetto e affetto al suo work in progress, quindi ora con semplicità, lo lascio a voi, un grazie fra tanti che silenzioso su quella roccia resti in attesa, finché non evapori al sole.
Laura

Because no one – regardless of age, race, gender, sexual orientation, or background – should struggle alone.
¹. Selena Gomez è fondatrice del Rare Impact Fund per ridurre lo stigma associato alla salute mentale ancora oggi e per fornire ai giovani l’accesso alle risorse di cui hanno bisogno. Per maggiori informazioni.