Vi ricordate la vostra prima volta al cinema? Noi abbiamo cercato di darle una forma durante il primo lockdown, quando soffrivamo per le sale chiuse e l’unica cosa che potevamo fare era aggrapparci al ricordo di quella che è e sarà sempre un’esperienza unica ed irripetibile. Spielberg apre la sua ultima fatica proprio così. Siamo subito immersi nei panni di Sammy (Mateo Zoryan da bambino e Gabriel LaBelle da adolescente), la sua prima volta al cinema da spettatore, ci riconosciamo nella meraviglia e lo stupore che dipingono il suo volto. Un evento tanto impattante che lo porta a voler intraprendere proprio la strada tortuosa della regia.

Sammy vede seduto fra i genitori L’uomo che uccise Liberty Valance (1962) di John Ford. Ne rimane talmente colpito da diventarne ossessionato: replicare la sequenza dell’incidente del treno è un pensiero martellante e così ferma quel momento, ricrea il ricordo riprendendolo, assecondato da sua madre Mitzi (Michelle Williams, la cui interpretazione è di una dolcezza disarmante).

I Fabelmans sono una famiglia ordinaria. Mitzi – madre di tre figli – cerca di coltivare il suo talento nel campo dello spettacolo e nel mentre è la persona che più supporta Sammy e il suo amore per il cinema; poi c’è Burt (Paul Dano, sempre una garanzia), padre e marito amorevole che inizialmente non comprende che per suo figlio il cinema non è solo un hobby. Il suo lavoro costringe la famiglia a trasferirsi spesso, portando con sé anche lo zio migliore amico di Mitzi (Seth Rogen), intrappolando moglie e bambini in una bolla di solitudine data dai continui spostamenti che non permettono loro di inserirsi ed instaurare rapporti duraturi. Così Sammy trova rifugio nel cinema…

Spesso mi capita di dire che ero una persona totalmente differente prima di vedere un film. È come se qualcosa si innescasse in me. Spielberg traduce questa sensazione nella sua ultima fatica perché è questo fa Sammy attraverso le immagini proiettate nel suo armadio e alla festa di fine anno: ha cambiato coloro che le hanno guardate. The Fabelmans non è solo un coming of age semi-autobiografico e un dramma familiare, è la prova dell’incredibile potenza del cinema. Rappresenta il potere del cinema nel modo più puro e coerente possibile e forse è proprio per questo che arriva così forte da travolgere lo spettatore proprio come il treno che investe la macchina nel film di John Ford.

Per me il cinema è l’espressione di sentimenti ed emozioni a cui non riesco a dare forma con le parole. I film che vedo sono lo strumento tramite cui comunico. Ed è come se Sammy facesse film per lo stesso motivo. Il filmino commissionato da Burt per Mitzi è una sorta di “Ti voglio bene, nonostante tutto” e quel “nonostante tutto” sono quelle immagini (che non spoilero) tagliate via in fase di montaggio. Il cinema diventa quindi per Sammy l’evasione da un quotidiano doloroso e insoddisfacente, le macchine da presa negli anni cambiano ma restano sempre la chiave d’accesso ad altri mondi, così come per me la sala è il luogo che mi trasporta altrove, in altre dimensioni, lontano da tutto ciò che c’è là fuori.

The Fabelmans è tante cose insieme che con toni leggeri e mai pretenziosi arrivano tutte con estrema intensità. È convincente, coerente e mai ridondante (tutta la parte su Gesù è iconica!). A volte quando amiamo tanto qualcosa fatichiamo a raccontarla, ci perdiamo in un groviglio di pensieri confusi nel tentativo di esprimerci… ma non è il caso di Spielberg, c’erano dubbi? Ogni commento sugli scompartimenti tecnici del film non avrebbe senso. L’ultima fatica di Steven Spielberg gronda d’amore dove tutto è al posto giusto, cameo iconico compreso!

The Fabelmans è le parole di chiunque consideri il cinema la sua casa. Un poster italiano di Effetto Notte (1973) di François Truffaut dice: “Un film per chi ama i film”. Si applica bene anche a questo. Una carezza e tanto solletico al cuore. Dal 22 Dicembre al cinema.

Marika