COMANDANTE | Film di apertura

All’inizio della Seconda guerra mondiale Salvatore Todaro comanda il sommergibile Cappellini della Regia Marina. Nell’ottobre del 1940, mentre naviga nell’Atlantico, nel buio della notte si profila la sagoma di un mercantile che viaggia a luci spente, il Kabalo, che in seguito si scoprirà di nazionalità belga e che apre improvvisamente il fuoco contro il sommergibile e l’equipaggio italiano.

Avete presente i soliti film americani in cui non fanno altro che autocelebrarsi definendosi salvatori della patria? Ecco, questa è la versione italiana con tanto di scambio cringe: “Perché ci avete salvati?”. Pausa drammatica e stacco su Favino che risponde: “Perché siamo italiani.”

Brividi. Di imbarazzo.

Eppure, il film ha una regia solida, si vede anche che De Angelis è un estimatore di Dunkirk e lo richiama bene. Probabilmente se avesse usato dei toni diversi, senza cadere nella glorificazione, avremmo avuto un film meno stucchevole. E comunque #JeSuisLucaGuadagnino, ma questa è un’altra storia.

Marika


BASTARDEN

Nel 1755, lo squattrinato capitano Ludvig Kahlen parte alla conquista delle aspre e desolate lande danesi con un obiettivo apparentemente impossibile: costruire una colonia in nome del Re. In cambio, riceverà per sé un titolo reale disperatamente desiderato. Ma l’unico sovrano della zona, lo spietato Frederik de Schinkel, ha la presuntuosa certezza che questa terra gli appartenga. Quando De Schinkel viene a sapere che la cameriera Ann Barbara e il marito servitore sono fuggiti per rifugiarsi da Kahlen, il privilegiato e perfido sovrano giura vendetta, facendo tutto ciò che è in suo potere per scoraggiare il capitano. Kahlen non si lascerà intimidire e ingaggerà una battaglia impari, rischiando non solo la sua vita, ma anche quella della famiglia di emarginati che si è venuta a formare intorno a lui. 

Nikolaj Arcel torna a dirigere Mads Mikkelsen in un period drama (A Royal Affair sempre nel mio cuore) e confeziona un’opera rigorosa ed epica. Il classico film in costume in cui dominano i sentimenti di vendetta e di rivalsa di un uomo caduto in disgrazia. Fotografia impeccabile per una messa in scena credibile ed intensa. Mads Mikkelsen emoziona e mozza il fiato attraverso la direzione sensibile di Arcel.

Marika


ENEA

Enea rincorre il mito che porta nel nome: lo fa per sentirsi vivo in un’epoca morta e decadente. Lo fa assieme a Valentino, aviatore appena battezzato. I due, oltre allo spaccio e alle feste, condividono la giovinezza. Amici da sempre, vittime e artefici di un mondo corrotto, ma mossi da una vitalità incorruttibile. Oltre i confini delle regole, dall’altra parte della morale, c’è un mare pieno di umanità e simboli da scoprire. Enea e Valentino ci voleranno sopra fino alle più estreme conseguenze. Tuttavia, droga e malavita sono l’ombra invisibile di una storia che parla d’altro: un padre malinconico, un fratello che litiga a scuola, una madre sconfitta dall’amore e una ragazza bellissima, un lieto fine e una lieta morte, una palma che cade su un mondo di vetro. È in mezzo alle crepe della quotidianità che l’avventura di Enea e Valentino lentamente si assolve. Un’avventura che agli altri apparirà criminale, ma che per loro è, e sarà, prima di tutto, un’avventura d’amicizia e d’amore.

Da grande estimatrice de I Predatori devo dire che avevo delle aspettative abbastanza alte per questo film che purtroppo non mi ha folgorata come speravo. Credo che Castellitto Jr. abbia uno sguardo registico molto limpido e marcato, con dei guizzi che apprezzo molto (lo schermo oscurato ad ogni bacio, per fare un esempio) e ha anche un controllo equilibrato dei tempi: sa quando fare ridere, per quanto e come. Tuttavia, per tutto il film permea una sorta di altezzosità intellettuale che non sembra volermi stimolare e far sì che mi metta in gioco. Sembra solo voglia farmi sentire profondamente stupida.

Marika


IO CAPITANO | Premio Mastroianni e Leone d’argento per la miglior regia

Io Capitano racconta il viaggio avventuroso di Seydou e Moussa, due giovani che lasciano Dakar per raggiungere l’Europa. Un’Odissea contemporanea attraverso le insidie del deserto, gli orrori dei centri di detenzione in Libia e i pericoli del mare.

Matteo Garrone con grande onesta è semplicità confeziona un film che sa toccare le corde giuste, nel modo giusto. Lo fa senza orpelli e sviolinate né senza tradire sé stesso. Non la suo migliore opera, ma un buon prodotto che sa dove vuole arrivare e riesce perfettamente nel suo intento. Un viaggio coinvolgente, appassionante e commovente, che non fa altro che dare voce a chi voce non ha. Una storia umana che emoziona nella semplicità della sua esecuzione. Alcuni frammenti di vita non hanno bisogno di tanti artifici per essere messi in scena.

Marika


ADAGIO

Manuel ha sedici anni e cerca di godersi la vita come può, mentre si prende cura dell’anziano padre. Vittima di un ricatto, va a una festa per scattare alcune foto a un misterioso individuo ma, sentendosi raggirato, decide di scappare, ritrovandosi invischiato in questioni ben oltre la sua portata. Infatti i ricattatori che lo inseguono si rivelano essere estremamente pericolosi e determinati a eliminare quello che ritengono uno scomodo testimone e il ragazzo dovrà chiedere protezione a due ex-criminali, vecchie conoscenze del padre.

Un film corale, con tre personaggi principali, inevitabile pensare a Suburra e metterli a confronto: Adagio è più inquadrato, compatto e controllato. C’è una precisione chirurgica nel modo in cui Sollima mette scena ancora una volta Roma e la sua criminalità, concentrandosi solo sul loro punto di vista senza mai influenzare lo spettatore. Sollima non giudica, mette in scena e ci accompagna nelle parti più oscure dell’animo umano. In una Roma ripresa spesso dall’alto, che incendia, che quasi ricorda la Los Angeles della seconda stagione di True Detective e dove il tempo sembra sospeso . Un crime-poliziesco perfetto.

Marika


EVIL DOES NOT EXIST | Leone d’argento – Gran premio della giuria e Premio FIPRESCI

Takumi e la figlia Hana vivono nel villaggio di Mizubiki, nei pressi di Tokyo. Come altre generazioni prima di loro, conducono una vita modesta assecondando i cicli e l’ordine della natura. Un giorno, gli abitanti del villaggio vengono a conoscenza del progetto di costruire, vicino alla casa di Takumi, un glamping, inteso a offrire ai residenti delle città una piacevole fonte di “evasione” nella natura. Quando due funzionari di Tokio giungono al villaggio per tenere un incontro, diventa chiaro che il progetto avrà un impatto negativo sulla rete idrica locale, e ciò causa il malcontento generale. Le intenzioni contraddittorie dell’agenzia mettono in pericolo sia l’equilibrio ecologico dell’altopiano sia lo stile di vita degli abitanti, con profonde ripercussioni sulla vita di Takumi.

Gli applausi ed il boato pre e post proiezione di Evil Does Not Exist di Ryūsuke Hamaguchi sono la dimostrazione di una realtà ben radicata da anni nel panorama veneziano: il pubblico della laguna ha bisogno (e sente la mancanza) di una mole considerevole di cinema asiatico. Ed effettivamente anche solo la scena iniziale, un lungo piano sequenza in cui la macchina da presa osserva gli alberi nudi di un bosco innevato, ti fa venire i brividi lungo tutto il corpo ed il pensiero “Wow, che fortuna essere qui” nasce spontaneo. Perchè Evil Does Not Exist è una pellicola disarmante che dosa sapientemente il proprio climax, donandoci solo nel finale un’esplosione di emozioni ed interrogativi. L’uomo, essere capace di tante prodezze ma anche portatore di morte. Madre natura, meravigliosa ma altrettanto incontenibile, vendicativa. E sangue verrà versato su quella neve così candida ed eterea e noi possiamo solo chiederci se qualcosa di differente può ancora esser fatto per salvare la nostra martoriata casa.

Angelica


HOLLY

La quindicenne Holly chiama la scuola dicendo che quel giorno resterà a casa. Poco dopo nell’istituto scoppia un incendio in cui muoiono diversi studenti. L’intera comunità, colpita dalla tragedia, si riunisce per cercare consolazione. Anna, una delle docenti, è affascinata dalla strana premonizione di Holly e la invita a far parte del suo gruppo di volontari. La sola presenza di Holly trasmette tranquillità, calore e speranza. Presto però tutti vogliono incontrarla e sentire l’energia catartica che emana da lei, chiedendo alla ragazza sempre di più.

Proverò ad esprimermi con una metafora culinaria. Avete mai provato a fare un cous cous? Ebbene, quando arriva il momento di aggiungere le verdure, inizi con le zucchine, qualche peperone, una melanzana e finisci per buttarci dentro tutto l’orto comprese le pannocchiette sott’olio che t’eri pure dimenticato d’avere in dispensa. Ed indovinate un po’? Alla fine non riuscite a distinguere un solo sapore, il tutto è diventato un mix senza logica e senso d’esistere e di quel cous cous iniziale neanche l’ombra.

Ecco cos’è Holly, mille film messi insieme – alcuni pure passati per il concorso veneziano nelle precedenti edizioni – che però non trovano una propria dimensione all’interno di un racconto confuso ed inconcludente. Almeno ci possiamo consolare con la colonna sonora che azzarda un barlume di originalità. Tutto il resto è noia.

Angelica


DOGMAN

La straordinaria storia di un bambino, segnato dalla vita, che troverà la salvezza attraverso l’amore dei suoi cani.

Se mi chiedete qual è il film più bello di Venezia80, la mia risposta sarà Poor Things, ma se invece mi domanderete quale film mi ha maggiormente emozionata e vorrei rivedere subito, beh… Dogman, senza ombra di dubbio. Perchè il cinema per me è terapia veicolata da immagini, parole, movimenti e quest’onesta opera è la malattia e la cura alla mia persona. Un film dal classico stampo di Luc Besson, ma non me ne lamento, anzi. Un film che vive del suo protagonista e di colui che gli ha dato corpo e voce, Caleb Landry Jones (la mia personalissima Colpa Volpi di quest’edizione), mai così magnetico e camaleontico. Perchè in Doug ci si può immedesimare, una creatura che ha sofferto così tanto da ricercare una nuova famiglia fra i suoi amici a quattro zampe.

In fondo, noi che viviamo di cinema non facciamo lo stesso, circondandoci di altri appassionati che comprendono totalmente la nostra devozione, quasi fosse una religione?

Tra tanto dolore – e morte – la soluzione suggerita da Luc Besson ai quotidiani drammi è sempre la stessa: l’amore. Perciò possiamo solo ammirare l’immenso talento di Caleb Landry Jones e portare nel cuore il suo Doug, sulle note di La Foule di Édith Piaf.

Mais le son de ma voix
S’étouffe dans les rires des autres
Et je crie de douleur, de fureur et de rage
Et je pleure…

Angelica


FERRARI

È l’estate del 1957. Dietro lo spettacolo della Formula 1, l’ex pilota Enzo Ferrari è in crisi. Il fallimento incombe sull’azienda che lui e sua moglie Laura hanno costruito da zero dieci anni prima. Il loro matrimonio si incrina con la perdita del loro unico figlio Dino. Ferrari lotta per riconoscerne un altro, avuto con Lina Lardi. Nel frattempo, la passione dei suoi piloti per la vittoria li spinge al limite quando si lanciano nella pericolosa corsa che attraversa tutta l’Italia: la Mille Miglia.

In tutta onestà la storia di Enzo Ferrari non ha mai catturato il mio interesse, ma il fatto che fosse girato da Michael Mann e che nel cast ci fosse Jack O’Connell sono già dei buoni motivi per vederlo. Questa premessa per dire che il film all’inizio l’ho visto con un certo distacco, poi però ho sentito dei brividi lungo la schiena per tutta la seconda parte dedicata alla gara Mille Miglia. Mi sembrava di essere lì. Coinvolgente ed elettrizzante. E da vivere in sala.

Si percepisce fin da subito quanto Mann sia coinvolto e appassionato alla vicenda, quasi 30 anni di gestazione, non si limita a raccontare le macchine. Ferrari è un film che si nutre delle emozioni e dei demoni interiori dei suoi protagonisti… e di certe inquadrature che sono il marchio di fabbrica di Mann.

Marika


ORIGIN

Origin racconta la vita e l’opera straordinarie della scrittrice Isabel Wilkerson, vincitrice del Premio Pulitzer, mentre indaga sulla genesi dell’ingiustizia e svela una verità nascosta che ci riguarda tutti.

Nonostante vi siano delle sequenze visivamente molto impattanti ed emozionanti, l’ultima fatica di Ava DuVernay non mette mai il turbo. Sviluppandosi su due linee narrative – la stesura del romanzo e il caso di un omicidio a sfondo razzista – il risultato finale è un’opera didascalica e discontinua che, per quanto civilmente coinvolgente e appassionante, non riesce a conquistare lo spettatore.

Marika