AINDA ESTOU AQUI | Concorso

L’ultimo film del regista brasiliano Walter Salles svela la crudeltà kafkiana al centro della dittatura militare che governò il paese dal 1968 al 1985.

Si dice che il lutto abbia cinque fasi: negazione, rabbia, contrattazione, depressione e accettazione. Ma nell’incubo sopportato dalla famiglia Paiva protagonista di Ainda Estou Aqui non c’è speranza di accettare ciò che è successo loro poiché il governo che ha torturato e giustiziato l’amato capo-famiglia nega che sia mai stato arrestato.

La performance di Fernanda Torres nei panni di Eunice è spettacolare, il suo personaggio possiede una forza e uno stoicismo fenomenali che rendono ancora più commovente ogni momento di dolore che fa capolino attraverso le fessure della sua armatura.

Eppure, c’è ancora dell’ottimismo nell’aria poiché il film, nel classico stile biopic, mostra una serie di fotografie dei volti reali prima dei titoli di coda, il che conferma che si tratta di un’opera sull’indicibile crudeltà ma anche un’eredità d’amore. Rubens Paiva era un uomo profondamente amato da coloro che si è lasciato alle spalle e, qualunque cosa la dittatura sadica dal cuore di ghiaccio abbia fatto per cancellarlo, non ci sono mai riusciti.

Angelica


JOKER: FOLIE À DEUX | Concorso

Joker: Folie à deux vede Arthur Fleck internato ad Arkham, in attesa di processo per i suoi crimini nelle vesti del Joker. Alle prese con la sua doppia identità Arthur non solo si imbatte nel vero amore, ma scopre anche la musica che ha sempre avuto dentro di sé.

Folie sì, ma la follia è l’aver fatto un sequel così. Probabilmente una delle delusioni più cocenti di Venezia81.

Il seguito del Leone d’oro 2019 non porta nulla di nuovo, se non una Lady Gaga nata per essere Harley Quinn e che, purtroppo, è relegata ad essere solo una piccola apparizione senza avere mai l’opportunità e lo spazio per spiccare e brillare come meriterebbe.

Il messaggio non viene mai veicolato davvero, si capisce che la realtà sovrasta l’immaginazione, eppure non si arriva fino in fondo, tutto si ferma in superficie, malcelato da una parte canora che non ha ragione di esistere. Non solo, manca un’introspezione vera e propria dei personaggi, tutto è accennato, uno scheletro di un corpo che aveva incantato e stregato.

Visivamente spettacolare come il suo predecessore, Joker: Folie à deux forse è solo un’allucinazione collettiva. Ha Ha Ha.

Marika


THE BRUTALIST | Concorso

The Brutalist narra la storia di un architetto immaginario della metà del XX secolo che, sebbene acclamato nella sua terra natale, l’Ungheria, si ritrova a lottare per ricostruire la sua vita nel paese in cui si sente fortunato d’essere fuggito: gli Stati Uniti d’America.

Nel suo terzo lungometraggio da regista, Brady Corbet non opera per mezze misure, regalandoci ila sua opera più ambiziosa, che può vantare un meritatissimo Leone d’Argento per la regia.

The Brutalist è una storia in miniatura dell’ultima metà del XX secolo, una meditazione sulla realtà dell’essere un outsider e un ebreo nell’America del dopoguerra, un trattato dettagliato sul modo in cui i ricchi a volte possono donare, anche se alla fine molto probabilmente ti porteranno via tutto, e non stiamo parlando solo di denaro. Il film si sforza di esplorare il meglio e il peggio del comportamento umano, e quasi ogni sfumatura intermedia.

Ora come ora, abbiamo bisogno di registi come Brady Corbet, che pensano in grande piuttosto che in minuscole forme progettate per adattarsi perfettamente allo schermo di un computer. The Brutalist è stato girato con telecamere VistaVision e proiettato a Venezia nel glorioso formato 70mm.

Il film è una sorta di folle chiesa, progettata appositamente per l’esperienza cinematografica collettiva. È un luogo dove riunirsi e ringraziare per tutte quelle cose che non ci saremmo mai aspettati di vedere. Grazie di cuore, Brady, per questo dono.

Angelica


APRIL | Concorso

Dopo la morte di un neonato durante il parto, l’etica e la professionalità di Nina, una ginecologa, vengono messe sotto esame per via di voci secondo cui eseguirebbe aborti illegali per chi ne ha bisogno.

Forse è proprio vero che solo le donne sanno mettere in scena le donne. Dea Kulumbegashvili con grande rigore e semplicità racconta con toni duri temi delicati e sempre rilevanti come la maternità e l’aborto. Pochi dialoghi che lasciano spazio al dolore, le preoccupazioni e la responsabilità, trasmesse dagli occhi della protagonista… che ci lascia entrare nel suo immaginario costellato da esseri deformi. Un’opera claustrofobica con lunghissimi take sul suo viso, quasi ad intrappolarla, alternando riprese più dinamiche dei paesaggi, soprattutto notturni.

L’andamento del film non è ritmato, è una lenta agonia, come quella che sono costrette a subire le ragazze che non hanno potere sul proprio corpo. Un’opera che attecchisce sullo spettatore, destinata a crescergli dentro.

Marika


HARVEST | Concorso

I personaggi dell’adattamento viscerale di Athina Rachel Tsangari del romanzo ambientato nel XVII secolo di Jim Crace vivono più vicini di molti altri alla terra. Tanto per cominciare ne sono ricoperti: la sporcizia si attacca a loro, si incrosta sotto le unghie e s’insinua nei pori della pelle. Contadini di un piccolo villaggio senza nome dipendono dalla terra sulla quale camminano per la loro sopravvivenza, dai diritti comuni di pascolo e da ciò che possono raccogliere dalla campagna. Tuttavia, l’arrivo di un gruppo di sconosciuti segnala un cambiamento epocale rispetto allo stile di vita preindustriale del villaggio, e Tsangari cattura vividamente lo sconvolgimento dei suoi abitanti.

Harvest è assai distante rispetto alla critica contemporanea, nitida e crudele dei lavori precedenti della regista. C’è una natura selvaggia nell’energia del film. A volte sembra il dipinto di un baccanale contadino in tutta la sua gloria sporca e profana. È un film sullo disfacimento di uno stile di vita; in quanto tale, può sentire che parte del potere si dissipa man mano che questa piccola comunità si disintegra. Anche così, si tratta di un cinema pungente che crea un mondo intriso di superstizione, rituali e magia popolare, ed è ciò che rende Harvest un’opera difficile da dimenticare.

Angelica


CAMPO DI BATTAGLIA | Concorso

Sul finire della Prima guerra mondiale, due ufficiali medici amici d’infanzia lavorano nello stesso ospedale militare, dove ogni giorno arrivano dal fronte i feriti più gravi. Molti di loro però sono impostori che si sono procurati da soli le ferite e che farebbero di tutto per non tornare a combattere.
Stefano, di famiglia altoborghese, con un padre che sogna per lui un avvenire in politica, è ossessionato da questi autolesionisti e, oltre che il medico, fa a suo modo lo sbirro. Giulio, apparentemente più comprensivo e tollerante, è a disagio alla vista del sangue, è più portato per la ricerca e avrebbe voluto diventare un biologo. Anna, amica di entrambi dai tempi dell’università, fa la volontaria alla Croce Rossa: un duro lavoro che affronta con determinazione, consapevole che è il prezzo che sta pagando per il fatto di essere una donna. Laurearsi in medicina era infatti difficilissimo, a quei tempi, per una donna senza una famiglia influente alle spalle.
Qualcosa di strano accade, intanto, tra i malati: molti si aggravano misteriosamente. È possibile che qualcuno stia provocando di proposito complicazioni alle loro ferite, perché i soldati vengano mandati a casa, anche storpi, anche mutilati, pur di non farli tornare al campo di battaglia.
Nell’ospedale c’è dunque un sabotatore, di cui Anna è la prima a sospettare. Ma sul fronte di guerra, proprio verso la fine del conflitto, si diffonde una specie di infezione che colpisce più delle armi nemiche. E presto contagia anche la popolazione civile…

Non vediamo mai la guerra, mai. Amelio si serve dello scenario della Prima Guerra Mondiale per raccontare altro: come le persone vivevano la guerra e il suo strumento per farlo sono le figure di due medici. poi racconta un’epidemia (l’influenza spagnola), spegnendosi leggermente rispetto all’inizio.

Ciò che più mi è rimasto impresso, probabilmente perché sono di parte ma non urliamolo troppo, è l’ennesima incredibile trasmutazione di Borghi, che da ormai nove anni non fa altro che togliermi il fiato. Sta sempre tutto lì, in quegli occhi che bucano lo schermo.

Le preoccupazioni del suo personaggio diventano nostre, in un’opera fredda e respingente i temi che tocca.

Marika


STRANGER EYES | Concorso

Cosa significhi vedere ed essere visti in un’era di sorveglianza di massa è il soggetto di Stranger Eyes di Yeo Siew Hua, il primo film di Singapore a competere per il Leone d’Oro negli 81 anni di storia del Festival cinematografico di Venezia.

Ciò che inizia come un thriller poliziesco finisce come una meditazione paralizzante sul nostro personale bisogno di riconoscimento e sulla difficoltà di trovarlo per noi stessi o di fornirlo agli altri.

La storia prende vita da un uomo che esamina attentamente le riprese video di un picnic di famiglia, alla ricerca di indizi su dove si trovi il suo bambino rapito, concludendosi alla fine con lui in piedi fuori da un appartamento che guarda il nucleo familiare a cui non appartiene più. Il modo in cui passa dall’affrontare la perdita all’essere quello perduto viene narrato utilizzando un linguaggio visivo ellittico che prende spunto dai filmati di sicurezza.

In teoria, questo fornisce una copertura quasi totale, ma lo fa senza mai avvicinarsi troppo ai soggetti umani in tutto il loro mistero e miseria esistenziale.

Yeo Siew Hua fa un lavoro eccezionale fondendo insieme diversi tipi di filmati per creare un patchwork visivo che è allo stesso tempo intenzionalmente stridente e stranamente fluido. Trova una comicità sottile nel ritrarre l’abisso in cui precipitiamo quando siamo assorbiti dai nostri telefoni.

Angelica


BEETLEJUICE BEETLEJUICE | Fuori Concorso | Film di apertura

Venezia81 si apre col nuovo film di Tim Burton, Beetlejuice Beetlejuice, sequel che riprende il classico del 1988 con la maggior parte del cast originale e qualche new entry (Jenna Ortega, Willem Dafoe e Monica Bellucci).

Per quanto prevedibile possa risultare questo film, Burton ci regala ancora tante risate. Tuttavia, come in molti sequel, la storia risulta essere un po’ superficiale, con delle soluzioni di trama alquanto forzate – senza contare il fatto che il personaggio interpretato dalla magnetica Monica nazionale è del tutto inutile, inserito esclusivamente perché non vuoi mettere la tua dark lady nel tuo nuovo film così da ammirarla con gli occhi a cuore per tutto il tempo?!?

Ciò nonostante, Beetlejuice Beetlejuice sa esattamente il tipo di film che è, il che gli consente di sfruttare i suoi punti di forza in modo da non competere con l’originale. Gli elementi visivi del film rimangono unici, dal creativo design artistico del set alla palette di colori audaci. Ancor meglio, la produzione non ha fatto ricorso all’uso della CGI, mantenendo la stessa estetica del film. Questi effetti speciali pratici hanno creato una connessione con il passato che ha reso il sequel fresco poiché ultimamente vediamo di rado l’effetto vecchia scuola nei film.

Dunque, difetti e manchevolezze qua e là, Beetlejuice Beetlejuice è un bel viaggio nei meandri dell’universo grottesco burtoniano, un film tutto da godere sul grande schermo, possibilmente in compagnia.

Angelica


M. IL FIGLIO DEL SECOLO | Fuori Concorso | Serie TV

Un ritratto moderno e graffiante di Mussolini e della sua ascesa politica, dalla fondazione dei Fasci di Combattimento fino all’imposizione della più feroce dittatura che l’Italia abbia conosciuto.

Su Mussolini ci sono opere su opere e il rischio di cadere nei soliti cliché è dietro le porte. Joe Wright crea un affresco barocco condito da toni di satira in quella che è senza ombra di dubbio un capolavoro di scrittura e regia.

Luca Marinelli è la colonna portante. Sfondando la quarta parete confezione una ricostruzione storica accurata e audace dell’ascesa di una delle personalità più impattanti. La sua trasformazione – postura, voce, movimenti, ogni minimo dettaglio ricorda la figura di Mussolini – è impressionante e resterà impressa nella storia.

Marika


BROKEN RAGE | Fuori Concorso

Il film di Takeshi Kitano è una lezione concisa sulla parodia. In una sola ora, il regista nipponico ci fa dono di grasse risate e lasciatemelo dire, ne avevamo onestamente tutti bisogno! Partendo dal classico thriller del genere Yakuza, ecco che subentra il geniale guizzo di Kitano: sovvertire il racconto e giocare coi generi.

In Broken Rage regna una stupidità sfrenata, alimentata da una raffinata consapevolezza delle aspettative che il genere e i film in generale creano nel pubblico. Alcune battute sono piuttosto intelligenti, mentre altre gag sono assolutamente ridicole. È una gioia assoluta da guardare, e senza dubbio la cosa più divertente che Venezia81 mi ha regalato quest’anno.

Chi è familiare col cinema di Kitano, troverà in questa pellicola tutto il suo mondo, oscuro eppur bizzarro, sul limite del precipizio eppur in grado di rialzarsi sempre con nuove rocambolesche soluzioni. Il clown del Sol Levante che si fa gioco del suo pubblico, sorprendendolo, sbeffeggiandolo per poi lui stesso rendersi ridicolo per il nostro – e proprio – piacere. Ma la bellezza sta proprio nel non prendersi mai sul serio, ed il buon Takeshi Kitano non ha mai minimamente avuto intenzione di farlo.

Angelica


NONOSTANTE | Orizzonti | Film di apertura

Un uomo trascorre serenamente le sue giornate in ospedale senza troppe preoccupazioni. È ricoverato da un po’ ma quella condizione sembra il modo migliore per vivere la sua vita, al riparo da tutto e da tutti, senza responsabilità e problemi di alcun genere. Si sta davvero bene lì dentro e anche se qualche compagno di reparto si sente intrappolato, per lui ci si può sentire anche liberi come da nessun’altra parte. Quella preziosa routine scorre senza intoppi fino a quando una nuova persona viene ricoverata nello stesso reparto. È una compagna irrequieta, arrabbiata, non accetta nulla di quella condizione, soprattutto le regole non scritte. Non è disposta ad aspettare, vuole lasciare quel posto migliorando o addirittura peggiorando. Vuole vivere come si deve o morire, come capita a chi finisce lì dentro. Lui viene travolto da quel furore, prima cercando di difendersi e poi accogliendo qualcosa di incomprensibile. Quell’incontro gli servirà ad accettare che, se scegli di affrontare veramente il tuo cuore e le tue emozioni, non c’è alcun riparo possibile.

Per il suo secondo film da regista Valerio Mastandrea decide di trattare un tema delicato con una scelta narrativa che fa affidamento alla leggerezza.

Da una parte è interessante vedere un film italiano sperimentare e osare rispetto alla quasi mediocrità generale, dall’altra ci si rende conto che si può e si deve fare di più per coinvolgere il pubblico. La questione vita/morte arriva a tutti in prima persona, eppure il film nella sua freschezza non tocca le corde giuste, almeno per me. Nel momento in cui subentra l’interesse amoroso il film perde ritmo, non è più accattivante, incartandosi nella narrazione… a tratti, purtroppo, annoiando. Finita la visione ero consapevole di aver visto un film delizioso che nel concreto non mi ha lasciato nulla.

Marika


HAPPYEND | Orizzonti

Come tutte i migliori coming of age, Happyend ci offre un adorabile gruppo di amici con un’alchimia scintillante che prende vita nei momenti di riflessione così come quando il regista Neo Sora li mostra mentre causano guai per le strade di Tokyo. Tutto il cast principale formato da attori esordienti interpreta con leggerezza la storia e, anche se la sceneggiatura a volte può sembrare semplicistica, soprattutto nel modo in cui gestisce i temi politici più grandi, i protagonisti mettono in scena i loro dialoghi in un modo che sembra del tutto naturale, come se fossero davvero cresciuti insieme.

Nonostante questi giovani siano costantemente monitorati dalle telecamere ed ogni atto sovversivo (anche un semplice bacio scambiato fra i corridoi di scuola) è severamente punibile, non ci troviamo davanti ad un episodio di Black Mirror. I ragazzi  – vuole dirci Sora – staranno bene. Combatteranno contro l’oppressione, si uniranno, potrebbero anche apportare un cambiamento. Il futuro non è una visione così irrimediabilmente desolante.

A differenza di Euphoria o di altri prodotti che mostrano la Gen-Z fra i banchi di scuola, Happyend non usa il sesso o la violenza come veicolo principale del racconto di crescita dei suoi protagonisti. Ma è l’innocenza l’aspetto più affascinante di questo film, anche se sembra un po’ ingenuo e infantile il modo in cui vengono risolte le questioni serie: a volte, un atto di occupazione nell’ufficio del preside può trovare conclusione con il potere dell’amicizia… e il sapore di un delizioso kimbap coreano!

Angelica


DICIANNOVE | Orizzonti

Palermo, 2015. Leonardo, 19 anni, lascia la città natale per raggiungere la sorella a Londra e iniziare gli studi di Business. Tuttavia, l’entusiasmo iniziale presto svanisce. Inquieto, si iscrive d’impulso all’Università di Siena per studiare letteratura. Ma anche qui, molla il corso e decide di immergersi da solo nello studio dei testi di “bella lingua” italiani. Sarà un anno accademico di solitudine, sporadica e strana socialità e confronti generazionali. Un anno dopo, Leonardo è a Torino, dove incontra un uomo, semi-conoscente di famiglia, con cui avrà un confronto più diretto del solito.

Siamo davvero di fronte ad un esordio alla regia? Giovanni Tortorici è disarmante nel raccontare un’età così complessa e complicata in cui ci si ritrova in balia di continui cambiamenti. Parla dei giovani e lo fa come loro, con un linguaggio quotidiano, immediato e con qualche dose di citazionismo che non stona affatto. Una messa in scena reale, quasi spregiudicata, e senza filtri che mi ha colpita in pieno volto come uno schiaffo. In quei turbamenti mi ci sono rivista fin troppo bene. E al tempo stesso è stato bellissimo aver voglia di saltare sulla poltrona e ballare fino allo sfinimento.

È nata una stella.

Marika


QUIET LIFE | Orizzonti

La sindrome della rassegnazione infantile è una condizione psichiatrica non riconosciuta che introduce uno stato di insensibilità, osservato principalmente nei bambini e negli adolescenti dell’ex Unione Sovietica. La sindrome è stata un argomento molto dibattuto in Svezia, dove il fenomeno è stato maggiormente osservato; dalla fine degli anni ’90 sono stati documentati centinaia di casi. L’ipotesi è che lo stress e il trauma del processo di asilo e della paura di essere rimandati nel paese natale abbiano un’influenza così negativa sui bambini da farli diventare catatonici. Sebbene non sia ufficialmente riconosciuta dall’Organizzazione Mondiale della Sanità, le autorità svedesi comprendono questa particolare condizione e hanno esteso l’asilo ai genitori, portando gli oppositori ad accusare che i genitori costringano i loro figli a fingere la condizione solo per poter rimanere nel paese.

Quest’argomento affascinante costituisce la base per il quinto lungometraggio di Alexandros Avranas, un film che dal punto di vista tonale è a metà tra un dramma familiare e una satira sinistra. Quiet Life lascia ben poco all’immaginazione per quanto riguarda la posizione di Avranas nel dibattito, che omette il fatto che la condizione non è ufficialmente riconosciuta e addirittura documenta l’esistenza di una controversia.

Il rigido formalismo di Avranas si adatta perfettamente al sistema di asilo draconiano attraverso il quale i rifugiati devono farsi strada. Le sue inquadrature prevalentemente statiche di uffici freddi e impersonali, popolati da agenti investigativi vestiti in modo neutro e altrettanto impersonali che seguono la procedura alla lettera e sono incrollabili di fronte a qualsiasi tipo di emozione umana, a volte raggiungono un tale livello di assurdità che il film a tratti diventa oscuramente comico. Quiet Life potrebbe risultare un film che tiene il pubblico a debita distanza, ma è in grado di far risuonare il suo potente messaggio, mostrandoci come alla fine vinca su tutto.

Angelica


CHAIN REACTIONS | Venezia Classici

Il 2024 è segnato da molti anniversari nel cinema horror e uno dei più importanti è il cinquantesimo compleanno di The Texas Chain Saw Massacre di Toby Hooper. Probabilmente uno dei film horror più grandi e di maggior impatto mai realizzati, uno slasher che ha resistito alla prova del tempo ed è tutt’oggi un film terrificante che è rimasto impresso tra i fan per decenni.

Ciò che Hooper ha fatto con una grande idea e un budget limitato è stato inizialmente respinto da molti, per poi essere rivalutato più e più volte e si è saldamente consolidato nella storia del cinema come un capolavoro.

Nel suo ultimo documentario, il regista Alexandre O. Philippe cerca di approfondire quest’opera e il suo impatto attraverso gli occhi di alcuni dei suoi più grandi fan. Proprio come nel suo film Lynch/Oz del 2022, incorpora i punti di vista e i pensieri dei suoi intervistati nella tesi più ampia del film. Anche se è chiaro che tutte le persone coinvolte amano il soggetto del documentario, il film è più profondo di un semplice festival dell’amore narrato a livello superficiale. È un esame davvero intelligente del film di Hooper e del suo impatto, e le diverse storie e punti di vista si uniscono per creare un dialogo affascinante che si estende allo spettatore. Il film ci invita a considerare i punti di vista degli intervistati, ma anche ad esaminare il nostro rapporto con il materiale orrorifico. Quando abbiamo vissuto per la prima volta le gesta cruente di Leatherface e della sua squilibrata famiglia? Qual è stato l’impatto di quella prima visione? Cosa ci ha fatto dono quel film?

C’è qualcosa di particolarmente affascinante nel riunire un gruppo di persone e chiedere loro di condividere le loro storie individuali con un’opera d’arte specifica, come in questo caso The Texas Chain Saw Massacre, perché quelle prospettive saranno sempre diverse ed uniche. Se poi contiamo che il gruppo di intervistati è composto da Patton Oswalt, Takashi Miike, Alexandra Heller-Nicholas, Stephen King, e Karyn Kusama, il divertimento è assicurato!

Angelica


SUPER HAPPY FOREVER | Giornate degli Autori

Super Happy Forever, terzo lungometraggio del regista giapponese Kohei Igarashi, approfondisce i temi dell’amore e del lutto, esplorando come questi concetti si intrecciano con i ricordi vividi che si tramandano tra gli individui.

La storia è incentrata su personaggi che continuamente perdono e ritrovano se stessi e gli oggetti legati alla loro memoria. Sono profondamente interconnessi: amore e lutto sembrano intrecciare insieme le loro vite come un indumento fatto di innumerevoli fili. La perdita di una persona cara influenza tutto il microcosmo di Super Happy Forever, suggerendo un profondo legame tra i loro destini.

C’è della dolcezza in come viene mostrato il dolore dei protagonisti, il senso di smarrimento, l’estenuante ricerca di sentirsi ancora appartenere a qualcosa, a un luogo riesumato dai ricordi che si fanno sempre più nitidi nonostante il tempo trascorso. Il film è un caldo abbraccio a tutti coloro che hanno o stanno soffrendo una mancanza.

Angelica