Jay Kelly segue il famoso attore cinematografico Jay Kelly e il suo devoto manager Ron in un vorticoso viaggio di inattesa profondità attraverso l’Europa. Lungo la strada sono entrambi costretti a fare i conti con le scelte che hanno fatto, i rapporti con i loro cari e con ciò che lasceranno alle generazioni future.

Presentato in concorso durante Venezia82, il nuovo film di Noah Baumbach prova ad essere una riflessione profonda sulla crisi dell’identità, ma finisce per perdersi in un esercizio di stile freddo e autoreferenziale. In una regia quasi anonima, l’estetica non lascia spazio alla sostanza, rendendo i personaggi emotivamente piatti, senza spessore narrativo e possibilità di evoluzione. Un vero peccato visto il cast consistente.

Non si capisce bene la direzione che vuole prendere il film, il cui ritmo si perde in scene dilungate e prive di coinvolgimento, dando solo l’impressione di assistere passivamente ad una sequenza di dialoghi dal lessico ricercato privi di vita e anima. Il ritmo è uno dei problemi principali: molte scene si dilungano senza costruire davvero tensione o coinvolgimento, dando l’impressione di assistere più a una sequenza di dialoghi “scritti bene” che a una storia viva.

Jay Kelly poteva essere un film destinato a restarmi dentro visti i temi trattati (cinema, solitudine, crescita personale e percorsi di vita), invece si limita ad essere un sofisticato esercizio di stile che arriva alla sufficienza.