La nuova serie tv made in Korea approdata su Netflix dal titolo Girigo (If Wishes Could Kill) parte da un concept intrigante: un’app chiamata appunto Girigo è in grado di realizzare qualsiasi desiderio, ma innescando un countdown di 24 ore con esito finale la morte. L’idea funziona sin da subito perché mescola l’horror, la paranoia adolescenziale e le dinamiche della maledizione, ma con una sensibilità più melodrammatica e tipicamente coreana.

Il problema è che la serie spreca progressivamente il proprio mistero. Nei primi episodi l’app sembra avere regole precise: il countdown, il passaggio della maledizione da un giovane all’altro, il legame con il passato della scuola dove è ambientata la storia. Tutti elementi che fanno presupporre ad un horror investigativo costruito su una mitologia contemporanea. Però, da metà stagione in poi, la trama smette di approfondire il funzionamento dell’app e si trasforma in una lunga caccia ai fantasmi incorniciata da possessioni e jump scare. Il countdown — che era l’elemento più affascinante — resta poco più di un espediente estetico. Lo spettatore continua ad aspettarsi spiegazioni più profonde sul perché l’app esista, su come si sposta da vittima a vittima o su quale sia davvero la logica della maledizione, ma la serie preferisce accumulare scene soprannaturali senza dare vere e proprie risposte.

Anche la violenza diventa un limite evidente. Alcune morti sono scioccanti e funzionano bene all’inizio perché trasmettono il senso di inevitabilità della morte. Ma andando avanti la serie insiste continuamente su autolesionismo, sangue a profusione e sofferenza fisica in modo quasi compiaciuto. In certi momenti sembra che il dolore dei personaggi venga usato più come spettacolo che come strumento narrativo: una vera mercificazione del trauma, dove la crudeltà serve soprattutto a mantenere alta la tensione visiva. Ahimè, questo approccio finisce per anestetizzare invece di coinvolgere emotivamente.
Il linguaggio visivo dell’horror creato dal regista Park Youn-seo e dalla sua troupe ha peròdei gran meriti da riconoscere. Le tonalità rosse illuminano la natura sinistra del soprannaturale, alludendo a poteri infernali pronti a reclamare ciò che spetta loro. In contrasto con queste tonalità visive più cupe, il santuario della sciamana con l’utilizzo del bianco crea una netta dicotomia tra le forze deo bene e dell’oscurità. Ma la cosa più sorprendente è quando l’orrore si sposta alla luce del giorno. Con l’assenza di ombre, non c’è nessun luogo dove nascondersi, e ciò che si vede è a dir poco scioccante e inquietante.

In definitiva, Girigo è una serie horror godibile ed a tratti molto coinvolgente, ma anche frustrante se le aspettative erano superiori al mero intrattenimento visivo. Inizia come un mystery e finisce come un horror soprannaturale più convenzionale, sacrificando il mistero dell’app in favore di scene scioccanti. Un’occasione mancata per esplorare il mondo del folklore coreano.
Angelica