Una voce fuori campo sottolinea a Jiminy Glick che, nonostante abbia intervistato tantissime celebrità, alla lista mancherebbe Martin Short. “Già, è vero” conferma lui, non nascondendo la poca simpatia sentita per il navigato attore canadese, “Trovo che l’esagerazione, quella spinta al limite e che lo caratterizza, diventi offensiva”, “Sai che faranno un documentario su di lui?” continua il voice over.

Sì, ma fanno documentari su chiunque, oggigiorno. Martin Short sa fare tre voci, ha due acconciature e fa quattro mosse di danza; onestamente, non puoi costruirci un impero. Il fatto che ci sia riuscito è tutto un dire. Non me la bevo. A me non piace!

Basterebbe questo per offrirvi una recensione esaustiva di ciò che Lawrence Kasdan, insieme a Netflix, ha corroborato nel documentario: Marty, Life is Short. Un progetto, questo, che si è fatto attendere negli anni a tal punto da diventare oggetto di scherzo tra gli amici e colleghi di una vita; perché il materiale c’è sempre stato, il più, però, era mettersi di buona lena e provare a darvi una forma.

Il film ingrana una marcia diversa rispetto al canone decidendo di considerare gli aneddoti della carriera di Martin Hayter Short in modo relativamente scarno – per quanto vengano citati con dovizia di filmati dell’epoca e con testimonianze dei long standing pals quali Eugene Levy, Catherine O’Hara, Andrea Martin e John Mulaney, a citarne giusto alcuni – gli int sono, pertanto, dediti a dar spazio al Martin amico, fratello e padre, al Martin di tutti i giorni, insomma, attraverso i cui sprazzi, la sua personalità riesce (e ciò nonostante, data la brevità concessa dallo screentime, appena un’ora e quaranta minuti) a mostrarsi con dirompente forza.

Inizialmente, racconta Short, aveva pensato di studiare Arte Drammatica. Dopotutto, da parte di un bambino tanto energico, gioioso e pieno di idee creative proposte ai fratelli come gioco nelle serate passate a registrare finti programmi televisivi e radiofonici, non potevamo aspettarci niente di meno. Il teatro e la recitazione lo chiamavano a gran voce e fu su consiglio dell’amico Levy, che Short venne introdotto al mondo della comicità, un universo a sé stante, complesso per richiesta inventiva e stancante per costanza (anche in senso remunerativo). Tutti aspetti che all’attore però non mancavano.

Dalla Second City Television (SCTV) alle stagioni più brevi passate al Saturday Night Live, Martin Short considera la sua carriera come un susseguirsi di fallimenti senza i quali però, non si sarebbe mai consolidato al pubblico americano, capace col tempo, d’innalzare ogni sua fatica verso l’Olimpo dei Commedianti. Un successo dato da un’esistenza bilaterale con la propria personalità specchiata al personaggio portato in scena; un connubio sottile che lo rese agli occhi di tutti, l’artista necessario a cambiare l’equazione per una comicità nuova, ad ogni respiro più esuberante.

Prendendoci un poco di libertà e considerando, dunque, Steve Martin come l’ingegnere della risata – con le sue notti insonni passate a escogitare lo sketch scientificamente perfetto a scaturire l’ilarità generale – Martin Short, viene qui presentato come il professionista che prende seriamente la comicità e la amalgama alle peculiarità della vita. Un esercizio che sfocia nei personaggi da lui creati come entità equiparate alle sue goffe e tenere gestualità, miste ad aspetti specifici di persone che ha conosciuto negli anni.

 Muoversi alla velocità della gioia (come dice Tom Hanks: “He operates at the speed of joy”) comporta un’enorme volontà di stare in mezzo agli altri, bearsi delle loro presenze e lasciarsi ispirare da esse. Il contraccolpo universale di tanto affetto è soffrirne quando, alle grandi feste mecenatiche organizzate a casa sua, una sedia e poi un’altra iniziano a rimanere vuote. Una fatalità che pare bussare alla porta di Short insistentemente e in momenti sempre condensati tra loro. L’attore perse la moglie Nancy Dolman nel 2010. Recentemente, nel giro di pochi mesi, ha dovuto dire addio all’amica Catherine O’Hara e alla figlia Katherine Elizabeth Short – a loro, infatti, viene dedicato il documentario. Prima ancora, ricorda le perdite, succedute in gioventù fino ai suoi venti anni, del fratello maggiore David, la madre Olive e il padre Charles Short.

Ci sono modi e modi di affrontare il lutto. Ancora più difficile è farci i conti in tenera età e, a vederlo, oltre che sentirlo raccontare, fa commuovere l’idea di un uomo tanto capace di vivere la vita, nonostante quest’ultima abbia saputo esser tanto dura con lui. Eppure, dalle parole di Martin percepiamo pace, serenità, un sogno di un fratello meraviglioso, splendente, che lo tranquillizza parlando di un futuro più prossimo, dove potersi rincontrare sì, ma senza fretta; all’accettazione del limite, al lasciare andare, poiché, coloro che se ne sono andati hanno fatto quanto meglio potevano, finché non hanno potuto più – essere dunque per loro, ma prima di tutto e sempre, quel che siamo ancora con loro.

Ecco perché Marty, Life is Short, vuole essere un documentario diverso. Prima ancora che attraverso il suo lavoro di comica raffineria, è proprio nella vita di tutti i giorni che possiamo scoprire il vero Martin Short in quanto risata quotidiana del focolare o per dirla meglio con le parole dell’amico Steve: “Quando Marty non può venire a una festa, allora la festa salta e la devi riprogrammare”. Il cuore di tutto, insomma: un manuale, non di sopravvivenza, ma di esistenza per ciò che la vita può avere in serbo e con coraggio decidere ogni giorno di farne (p)arte.

I’d like to think I was the best version of myself on the last day of my life.

A Catherine O’Hara e Katherine Elizabeth Short.

Martin Short vi aspetta con la sua storia dal 12 maggio su Netflix e per chiunque vorrà approcciarsi alla sua vita in maggior dettaglio, vi consiglio la lettura dell’autobiografia “I Must Say: My Life as a Humble Comedy Legend” uscita nel 2014.

Laura