C’è qualcosa di profondamente affascinante nell’idea che Alejandro Amenábar abbia scelto di raccontare Miguel de Cervantes non attraverso la gloria del mito letterario, ma partendo dalla sua prigionia ad Algeri, negli anni successivi alla battaglia di Lepanto. In El cautivo, il regista spagnolo segue infatti il giovane Cervantes (Julio Peña) durante i cinque anni di cattività trascorsi sotto il controllo del governatore Hasán Bajá (Alessandro Borghi), immaginando come proprio quell’esperienza possa aver contribuito a plasmare lo scrittore che sarebbe diventato.
Presentato alla 50a edizione del Toronto International Film Festival, è un film che parte da un’idea forte. E per lunghi tratti vive soprattutto di quella.

El cautivo è un’opera ambiziosa, costruita con grande attenzione alla ricostruzione storica e alla dimensione umana dei suoi personaggi. Amenábar guarda alla prigionia non soltanto come privazione della libertà, ma come spazio di trasformazione. Un luogo sospeso in cui identità, fede, desiderio e sopravvivenza finiscono inevitabilmente per intrecciarsi.
Eppure, nonostante l’indiscutibile cura produttiva e la ricostruzione storica imponente, il film fatica spesso a trovare un vero equilibrio tra racconto d’avventura, dramma storico e riflessione identitaria: la narrazione procede spesso in modo irregolare. Alcuni passaggi trovano il giusto peso emotivo, altri sembrano trascinarsi più del necessario. Il film continua a suggerire una complessità che raramente riesce ad esplorare fino in fondo. La sensazione, per gran parte della visione, è quella di assistere a un’opera che sa perfettamente cosa vuole raccontare ma non sempre come raccontarlo. Ci sono intuizioni interessanti, soprattutto nel rapporto tra Cervantes e Hasán, ma restano spesso accennate, come se Amenábar preferisse fermarsi un passo prima di addentrarsi davvero nelle zone più oscure dei suoi personaggi.

È proprio lì, però, che emerge la figura più affascinante del film. Hasán Bajá. Alessandro Borghi è semplicemente straordinario.
Il suo Hasán sfugge continuamente alle definizioni. È un uomo di potere, ma anche un uomo profondamente solo. Temibile e fragile. Calcolatore e istintivo. Borghi costruisce il personaggio senza mai cercare facili scorciatoie emotive. Lo affida agli sguardi, alle pause, a una fisicità che cambia da scena a scena. È una presenza costante, magnetica. Ogni volta che entra in campo il film acquista una tensione che altrove fatica a mantenere.

Non interpreta semplicemente Hasán. Lo abita. E finisce quasi per rubare il film a tutti gli altri.
Anche dal punto di vista visivo El cautivo mostra il mestiere di Amenábar. Le ambientazioni sono curate, la fotografia restituisce il senso di una prigionia che è insieme fisica e mentale, e la messa in scena evita fortunatamente molti degli eccessi del cinema storico contemporaneo. Ma manca qualcosa. Manca quell’immagine, quella scelta narrativa, quel momento capace di imprimersi davvero nella memoria.
Quando arrivano i titoli di coda resta una sensazione curiosa. Quella di aver visto un film interessante, persino coraggioso nelle sue intenzioni, ma meno incisivo di quanto avrebbe potuto essere.

Resta Borghi. Restano alcuni dialoghi. Restano certi silenzi.
E forse è proprio questo il limite di El cautivo: racconta la nascita di uno dei più grandi immaginari della letteratura occidentale, ma raramente riesce ad accendere il proprio.
Marika