Un adattamento del classico racconto di Mary Shelley su Victor Frankenstein, uno scienziato brillante ma egocentrico che dà vita a una creatura, in un mostruoso esperimento che alla fine porta alla rovina sia del creatore della sua tragica creazione.

Presentato durante Venezia82, il nuovo film di Guillermo del Toro conferma ancora una volta sia uno dei pochi registi contemporanei capaci di trasformare il fantastico in qualcosa di profondamente umano. Più che un semplice adattamento gotico del romanzo di Mary Shelley, il film è una riflessione malinconica e potentissima sulla solitudine, sull’abbandono e sul desiderio disperato di essere amati.

Del Toro costruisce un’opera visivamente magnifica senza mai lasciare che l’estetica soffochi le emozioni. Ogni dettaglio — laboratori immersi nell’ombra, paesaggi decadenti, creature fragili e inquietanti — contribuisce a creare un mondo che sembra uscito da un incubo romantico. Ma sotto la grandiosità visiva c’è soprattutto un’enorme tenerezza verso i suoi personaggi, persino nei loro aspetti più mostruosi.

La Creatura (incredibile Jacob Elordi), in particolare, è il cuore pulsante del film: non un semplice simbolo dell’orrore, ma una figura tragica, vulnerabile e profondamente umana. Il film riesce a rendere dolorosamente attuale il tema centrale del romanzo, cioè cosa succede quando qualcuno viene rifiutato dal mondo ancora prima di avere la possibilità di esistere davvero.

Anche il ritmo, volutamente lento e contemplativo, funziona perché lascia spazio all’atmosfera e ai conflitti interiori senza trasformare tutto in spettacolo fine a sé stesso. È horror, melodramma e fiaba nera insieme, ma soprattutto è cinema fatto con uno sguardo autenticamente personale.

Più che spaventare, questo Frankenstein commuove. Ed è proprio lì che trova la sua forza più grande.