Il regista giapponese Hirokazu Kore-eda, vincitore della Palma d’oro a Cannes nel 2018 con Un affare di famiglia (Shoplifters), ha lasciato un segno indelebile nel cinema mondiale, facendoci dono di drammi familiari delicati, intrisi di ironia arguta e di un umanismo struggente. Tuttavia, per il suo diciassettesimo lungometraggio, Sheep in the Box, Kore-eda ha ambientato la sua storia in un mondo speculativo appena oltre l’orizzonte – dove i pacchi vengono consegnati dai droni, tutte le auto sono elettriche e l’intelligenza artificiale è penetrata nelle sfere più intime dell’esperienza umana.

Otone Komoto (Haruka Ayase) è un’architetta e suo marito Kensuke (Daigo Yamamoto) lavora per un’azienda di costruzioni. Dopo aver perso il figlio Kakeru due anni prima in un tragico incidente, la coppia riceve un invito da REBirth, una società specializzata nella creazione di robot umanoidi basati sull’intelligenza artificiale che hanno l’aspetto e le movenze di una persona cara scomparsa. I due decidono di fare questo tentativo e accolgono in casa un robot dalle sembianze incredibilmente realistiche di Kakeru (Rimu Kuwaki).
Il film dà il meglio di sé quando esplora le dinamiche familiari tra i personaggi, che sono a dir poco complicate e decisamente reali nella loro imperfezione. Di tanto in tanto fanno la loro comparsa anche altri membri della famiglia, che sono tutti elementi chiave in Sheep in the Box e nel modo in cui essi interagiscono tra loro, mostrandoci quanto il rapporto interrotto di Otone con la propria madre influenzi la relazione che sta cercando di costruire con Kakeru.

Sheep in the Box prende il suo titolo dal secondo capitolo de Il piccolo principe di Antoine de Saint-Exupéry, nel quale il narratore, frustrato dal fatto che i suoi disegni di pecore vengano giudicati inadeguati dal protagonista, disegna una scatola e dice che la pecora si trova all’interno. La natura stessa dell’interiorità di Kakeru rimane una sorta di mistero per tutta la durata del film, anche se alla fine è chiaro che se lui e i suoi simili sopravvivranno, sarà perché l’umanità è talmente incapace di superare le proprie abitudini radicate ed i propri limiti da non poter in alcun modo durare a lungo.
Kore-eda si era già interessato alla nascita di una coscienza innaturale all’interno di corpi sintetici, basti pensare ad Air Doll, una poetica favola su una bambola gonfiabile che improvvisamente prende vita ed inizia ad osservare il mondo. Ma la scintilla per Sheep in the Box è scoccata nel marzo del 2024, quando si ritrovò davanti ad un articolo su una startup cinese che utilizza l’IA per far risorgere le persone scomparse. Ciò che trovò affascinante fu che questa tecnologia rende possibile avere conversazioni nuove con loro – non ci si limita a ripetere argomenti di cui si era già discusso in passato.
La coppia attraversa un’evoluzione nell’elaborazione del proprio dolore e del modo in cui ci si rapporta e ci si sente nei confronti di questa versione androide del figlio; ed è precisamente questo processo – la ricerca, i tentativi e gli errori – che rende il film un ritratto profondamente umanista. L’IA offre essenzialmente la promessa di poterti presentare direttamente la risposta. In molti contesti, questo farà sicuramente risparmiare tempo – elimina il muda (lo spreco) – ma, in ultima analisi, non dà alcuna gratificazione. Non c’è alcun merito. È come ricevere la soluzione di un gioco senza averci nemmeno giocato.

Non così distante dal nostro presente, eppure abbastanza diverso da farci capire che non siamo nell’oggi, il mondo mostrato in Sheep in the Box appare estremamente realistico e quasi a portata di mano. Tuttavia, da un punto di vista fantascientifico, il film accusa una mancanza di worldbuilding. Non sappiamo quasi nulla dei robot umanoidi, se non quello che la coppia protagonista apprende dal video parzialmente esplicativo all’inizio della pellicola. Questo dà inevitabilmente la sensazione di un’occasione mancata. C’era molto altro che Sheep in the Box avrebbe potuto approfondire per quanto riguarda il personaggio di Kakeru e il suo ruolo nel film. Impara a pensare con la propria testa, ma come funziona il libero arbitrio in questi esseri privi di un’anima? La questione della coscienza e dell’autodeterminazione dei robot umanoidi è da sempre un tema cardine della fantascienza – Blade Runner è solo uno dei tanti esempi – ed il film di Kore-eda avrebbe potuto rivisitarlo sotto una nuova luce nel mondo della democratizzazione dell’IA generativa. Pare proprio di ritrovarsi dinanzi ad un episodio di Black Mirror, e neanche uno a caso (2×01, personalmente il mio preferito dell’intera serie), rendendo il tutto con un sapore di già visto.
Sheep in the Box trasuda una malinconica rassegnazione all’idea che l’umanità potrà vivere tutto questo, anziché essere spinta ad interrogarsi se sia giusto farlo. È un film che, a livello di sentimento, si inserisce nel solco dei suoi lavori precedenti sui bambini abbandonati a se stessi in Nobody Knows, sulla sgangherata famiglia in Un affare di famiglia e sulla bambola gonfiabile che prende vita in Air Doll. In definitiva, Sheep in the Box solleva più domande di quante ne risolva. Sebbene sia sintonizzato con l’odierno dibattito sulla tecnologia e sull’intelligenza artificiale, il film ha ben poco da aggiungere a quest’ultimo. Di fatto, non prende mai una posizione netta, scegliendo piuttosto di concentrarsi sulla caratterizzazione dei personaggi e sulle dinamiche familiari. Ma se era questo ciò a cui il regista era interessato fin dall’inizio, non ho potuto fare a meno di chiedermi perché abbia scelto di utilizzare il genere fantascientifico, visto quanto poco di esso sia effettivamente presente nel risultato finale.
Angelica