Il cinema di Na Hong-jin nasce dentro il thriller coreano contemporaneo, ma ne ha sempre sabotato le regole dall’interno. Fin dall’esordio con The Chaser, il regista sudcoreano ha mostrato un interesse quasi ossessivo per personaggi trascinati in spirali di violenza che sfuggono rapidamente ad ogni controllo: poliziotti falliti, criminali disperati, padri impotenti, uomini comuni schiacciati da forze troppo grandi per essere comprese. Nei suoi film non esiste mai una vera possibilità di redenzione; il male appare caotico, irrazionale, spesso incomprensibile.
Presentato in concorso al Festival di Cannes dopo quasi dieci anni di silenzio cinematografico, Hope è il progetto più ambizioso del regista: un monster movie fantascientifico, ambientato in un villaggio vicino alla zona demilitarizzata coreana, dove una misteriosa presenza extraterrestre scatena una spirale di follia e distruzione. Nel cast compaiono Michael Fassbender, Alicia Vikander e Hoyeon, ma il vero protagonista resta il dispositivo cinematografico orchestrato dal regista: una macchina impazzita che corre costantemente verso il disastro.

La prima impressione che lascia Hope è quella di un’opera smisurata. Non soltanto per la durata imponente o per il budget gigantesco – tra i più alti nella storia del cinema coreano – ma per la volontà quasi ossessiva di accumulare immagini, generi, idee e set pieces. Na Hong-jin costruisce il film come una lunga fuga in avanti: inseguimenti furiosi, creature digitali, corpi mutilati, esplosioni, momenti slapstick e improvvisi squarci cosmici convivono nello stesso flusso narrativo. A tratti sembra di assistere a una collisione tra Mad Max: Fury Road, The Host e Alien, filtrati però attraverso l’estetica sporca e paranoica del regista coreano.
Ed è proprio questa natura eccessiva a rendere Hope affascinante e frustrante allo stesso tempo. Il film vanta delle sequenze di una potenza travolgente – soprattutto gli interminabili inseguimenti nel villaggio devastato – in cui Na Hong-jin dimostra ancora una volta un talento straordinario nel gestire spazio, tensione e caos visivo. La macchina da presa sembra sempre troppo vicina ai personaggi, soffoca lo spettatore, lo costringe ad entrare nel panico collettivo. In alcuni momenti il film raggiunge davvero una forma di cinema puro, quasi astratto, fatto soltanto di movimento, rumore e collisioni.

Ma Hope è anche un’opera profondamente irrisolta. La sceneggiatura continua a sterzare, ad aprire linee narrative che poi abbandona, a moltiplicare enigmi senza trovare un vero centro emotivo. L’impressione è che Na Hong-jin sia più interessato alla vertigine dell’accumulo che alla coerenza narrativa. Il film procede per blocchi, ripartenze, deviazioni improvvise; talvolta questa anarchia produce stupore, altre volte semplice saturazione.
Eppure sarebbe sbagliato liquidarlo come un fallimento, perché proprio nei suoi squilibri emerge con forza il nucleo del cinema di Na Hong-jin: l’umanità come creatura ridicola e disperata davanti all’incomprensibile. Sotto la superficie da blockbuster fantascientifico, Hope resta un film sulla paura collettiva, sull’isteria sociale e sull’impossibilità di capire davvero ciò che ci minaccia. Gli alieni, come già i demoni di The Wailing, sono soprattutto una presenza destabilizzante che rivela la brutalità e l’irrazionalità degli esseri umani.

Alla fine, Hope è probabilmente il film più “na-hong-jiniano” possibile: enorme, scomposto, ipertrofico, a tratti geniale e a tratti esasperante. Un’opera che rifiuta qualsiasi misura e che proprio per questo, nel bene e nel male, lascia un segno nel panorama del cinema contemporaneo. Non tutto funziona, anzi molte cose collassano sotto il peso delle proprie ambizioni. Ma raramente oggi si vede un autore disposto a rischiare così tanto, a trasformare un blockbuster sci-fi in un’esperienza tanto caotica, personale e feroce. Ma d’altronde Na Hong-jin ha da sempre usato il cinema di genere non come struttura rigida, ma come terreno instabile da deformare continuamente. Anche per questo i suoi film hanno sempre una qualità febbrile e imprevedibile: sembrano sul punto di deragliare, ma è proprio in quell’instabilità che trovano la loro forza.
Angelica