Credo che una delle cose più belle del cinema di Christopher Nolan sia che, ancora oggi, riesca a farti entrare in sala con la sensazione che possa succedere qualcosa che non hai mai visto prima. Con The Odyssey questa sensazione è ancora più forte.  

Perché Nolan non si limita a raccontare l’Odissea: sembra voler dimostrare che il cinema può ancora essere un’esperienza. Una di quelle per cui vale la pena spegnere il telefono, sedersi davanti a uno schermo enorme e lasciarsi completamente assorbire da quello che succede davanti ai propri occhi. E nel mio caso organizzare un viaggio a Londra per vederlo the way Nolan intended.  

E forse è proprio questo il suo più grande atto d’amore nei confronti della sala: Nolan ha un rispetto quasi ostinato per l’esperienza cinematografica. Non vuole semplicemente che il suo film venga visto: vuole che venga vissuto. E ogni volta alza l’asticella, non soltanto dal punto di vista narrativo, ma soprattutto per quanto riguarda i mezzi con cui decide di realizzare le proprie immagini. 

In The Odyssey questa ricerca raggiunge una nuova dimensione. Pellicola IMAX, effetti pratici, location reali, costruzioni monumentali: tutto sembra rispondere alla stessa esigenza, quella di restituire fisicità a un mondo che avrebbe potuto essere facilmente sommerso dalla CGI.  

Ma la vera sorpresa è il modo in cui Nolan decide di intrecciare nel racconto con generi diversi. L’Odissea diventa così un film di guerra quando racconta Troia, un’avventura epica durante il viaggio, un racconto quasi fantastico davanti alle creature mitologiche e, in alcuni momenti, addirittura un horror. L’incontro con Circe è l’esempio più evidente: la trasformazione degli uomini di Ulisse assume i contorni del body horror, diventando una delle sequenze più disturbanti e fisiche dell’intero film.  

Ed è proprio qui che si vede la libertà con cui Nolan affronta un testo vecchio di quasi tremila anni: non cerca di congelarlo, ma di farlo vivere attraverso il linguaggio cinematografico contemporaneo. Ogni episodio sembra appartenere a un film diverso, ma tutti finiscono per convergere nella stessa storia. 

E questa è forse la cosa più sorprendente: The Odyssey dimostra quanto questa vicenda sia ancora incredibilmente attuale. 

Perché dietro mostri, divinità, guerre e viaggi impossibili c’è una storia che continua a parlare di noi. Del desiderio di tornare a casa. Della distanza che può cambiare una persona. Del rapporto tra padri e figli, tra marito e moglie, tra ciò che eravamo e ciò che diventiamo dopo aver attraversato qualcosa che ci ha trasformati. E di come l’umanità continui a ripetere continuamente gli stessi errori. Il suo viaggio è universale e ancora comprensibile a chiunque. L’Odissea è una storia capace di parlare a generazioni diverse. È stata riscritta, reinterpretata e riletta infinite volte proprio perché ogni epoca riesce a trovare qualcosa di sé dentro quel viaggio.  

Nolan, in questo senso, non fa altro che continuare una tradizione millenaria: prende un racconto antico e lo guarda attraverso gli occhi del presente. 

L’Odissea è, prima ancora che una storia di mostri e divinità, una storia sul ritorno. Sul tempo che passa. Sulla memoria. Sul prezzo che paghiamo per ciò che scegliamo di fare. Sul tentativo di tornare a casa scoprendo che, dopo un viaggio del genere, anche casa non può più essere esattamente quella che avevamo lasciato. Sono temi che Nolan ha a cuore e ha esplorato per tutta la sua filmografia, in altre forme. 

E poi c’è il cinema. 

Perché davanti a The Odyssey ho avuto più volte la sensazione di non stare semplicemente guardando un film, ma di essere dentro qualcosa di gigantesco. Guardavo e studiavo ogni angolo dello schermo del BFI IMAX, perdendomi completamente in quell’immensità. Nolan costruisce un’epica che non ha paura della propria monumentalità, ma allo stesso tempo riesce a trovare nei suoi personaggi qualcosa di profondamente umano. 

Il suo vero merito, ancora una volta, è credere nel cinema come esperienza collettiva. 

In un momento in cui sempre più film vengono concepiti per essere consumati su uno schermo domestico, Nolan continua a fare l’opposto: realizza film che chiedono uno schermo enorme, un impianto sonoro all’altezza e, soprattutto, la presenza fisica dello spettatore. 

Non vuole che si guardi The Odyssey. Vuole che ci si immerga totalmente. E allora la scelta dell’IMAX, della pellicola, degli effetti pratici e di tutto ciò che rende questo film così materialmente enorme non è un semplice esercizio di stile. È parte del suo discorso sul cinema. Ogni volta Nolan sembra chiedersi: quanto possiamo ancora spingerci oltre? 

Spero di scoprirlo presto. 

Marika