Era il 2023 quando John Francis Daley e Jonathan Goldstein avevano catapultato il pubblico nel mondo del gioco di ruolo di Dungeons & Dragons (in Italia con la traduzione aggiunta: “L’Onore dei Ladri”) e dovremmo ricordarli anche per Game Night del 2017, il cui setting ricalca la cena con delitto. Se consideriamo poi il reboot del cult anni 80 National Lampoon’s Vacation (Come ti rovino le vacanze del 2015), troveremo in Mayday (2026) l’unico risultato possibile come summa del loro lavoro condiviso.
1987, siamo al culmine della Guerra Fredda e il pilota della Marina statunitense Troy Kelly (Ryan Reynolds) viene abbattuto su territorio nemico durante una missione di sorveglianza top secret. Rimasto ferito, viene soccorso dal compagno Nikolai, per gli amici “Nick”, Ustinov (interpretato dal mitico Kenneth Branagh – e che ce lo diciamo a fare, sono qua per questo!), un eccentrico ex agente del KGB ossessionato, ma nel più tenero dei modi, dalla cultura pop americana.

Quando le autorità sovietiche scoprono che Kelly non è stato terminato con l’ultimo scontro aereo, inizia una caccia all’uomo che li vedrà costretti a un’improbabile alleanza per uscirne vivi entrambi: Kelly per tornare e Nick per fuggire da un paese che non lo rappresenta più. Inizierà un rocambolesco viaggio in pieno stile buddy movie, dove azione e commedia si mescoleranno in equilibrio, senza che l’una sovrasti eccessivamente l’altra.
La prima impressione che può dare un film con simili premesse è quella di cadere in cliché ben noti, dove uno stile di vita (quello statunitense) prevarica con il proprio elogio, la presenza meno accattivante e quindi, negativa, della cultura russa. Ebbene, con sollievo, posso dire che il risultato ottenuto è e vuole essere l’opposto. L’opera Daley/Goldstein, prima ancora che divertire, si prefigge il compito di destrutturare antichi schemi facendo della propria nostalgia un’arma che ricalibra ogni punto di vista. Non a caso, è Top Gun il classico più citato, a simbolo di un’illusione ben confezionata, dalla quale lo stesso Nick si lascia irretire consumando la preziosa VHS di contrabbando che custodisce gelosamente insieme a tutte le audiocassette di Bruce Springsteen. Ma come si dice spesso: mai incontrare i propri idoli.

Infatti, tanto quanto il film mostra, quasi nell’immediato, una figura diversa della spia russa – non più fredda e calcolatrice, ma affidabile, dai bruschi modi ma amichevole e conscia del reo paese per cui si è battuta all’estremo – molto più dovremo addentrarci nella trama, per vedere scardinare, allo stesso modo, anche l’intoccabile sogno americano di cui Kelly si fa araldo.
Se da una parte abbiamo la Russia che punisce l’omosessualità e pertanto, avremo la figlia lesbica di Nick, Anna (Maria Bakalova) in costante allerta, dall’altra avremo il paese rurale, povero ma solidale, che non nega vitto e alloggio nella propria casa – rigorosamente formata da un’unica stanza senza televisore – anche a due perfetti estranei. Gli States, dalla loro, resteranno sì, la Terra Promessa ove una ex spia russa potrà trovare finalmente rifugio e ricominciare la propria vita, ma prima verranno esposti sotterfugi governativi la cui ipocrisia ha reso i propri cittadini – anche soldati e operai come Kelly e il padre (David Morse) – semplici pedine per il singolo successo della classe al potere.

Due paesi, due inganni. Ma anche due amici il cui bagaglio unisce le parti migliori di entrambe le culture. Forse un po’ smielato e anche telefonato, ma Mayday non cerca l’accomodo di nessun punto di vista e forse è proprio per questo che funziona bene.
In aggiunta e non meno importante, abbiamo sicuramente l’interpretazione di Branagh, il quale ha saputo aggiungere mordente a un altrimenti buddy movie revisionato, ma giàvisto. Infatti, se Reynolds, con i suoi molteplici typecasting ha mantenuto un livello a noi conosciuto, la sua controparte – non avvezza a ruoli simili e dunque, sorprendendo i più, la critica e me stessa medesima – ha trovato un equilibrio sottile per rendere Nikolai Ustinov veramente sfaccettato, con proprie fragilità e timori, eliminando l’alternativa di scimmiottarlo come semplice macchietta russa. Nella sua eccentrica sicurezza da arma-letale, Branagh ha carpito il punto d’incontro tra l’esagerato e il ponderato per giocare al meglio con tempi comici studiati e mai eccessivi, rendendo lo stesso Reynolds parte integrante del cambiamento limandone la tipica (per alcuni affezionata) auto-referenzialità.
Tale collaborazione diverrà la miglior dinamica possibile per un film che, oltre all’aspetto ludico, vuole, durante i titoli di coda, lasciare anche un piccolo margine di riflessione.

In speranza lieve che si possa parlare presto di un rilascio homevideo concreto, Mayday vi aspetta in streaming su Apple TV.
Laura