Ci sono registi che realizzano film per raccontare i propri personaggi e registi che, invece, sembrano attendere che siano proprio quei personaggi a raccontarsi da soli. Lee Chang-dong appartiene a quest’ultima categoria.

Nel suo cinema non v’è quasi mai la sensazione di assistere ad una storia che procede verso una conclusione prestabilita. Al contrario, i suoi film aprono lentamente delle crepe attraverso le quali filtrano il passato, il senso di colpa, il desiderio, la vergogna. È così che accadeva in Peppermint Candy, dove un’intera vita viene progressivamente riscritta attraverso la memoria; in Oasis, dove l’amore nasce nel territorio apparentemente impossibile dell’emarginazione; in Secret Sunshine, dove a causa di un dolore disarmante l’esistenza di una madre diventa qualcosa di impossibile da ricomporre; in Poetry, dove la ricerca della bellezza si confronta con una colpa insostenibile; ed infine in Burning, dove il mistero riflette l’incertezza di chi guarda.
Possible Love (가능한 사랑), otto anni dall’uscita di Burning, non tradisce questa poetica. La porta avanti, dilatandola, rendendola ancora più adulta e malinconica. È un film che apparentemente parla di due coppie, di un documentario, di una fabbrica e di una differenza economica sempre più evidente. In realtà cela qualcosa di molto più sfuggente: il bisogno disperato che abbiamo di immaginare che la vita degli altri possa contenere ciò che manca alla nostra.
È proprio qui che Lee Chang-dong incontra il decimo comandamento del Decalogo di Kieślowski: non desiderare. Non desiderare la casa degli altri, non desiderare il marito o la moglie degli altri, non desiderare ciò che appartiene al prossimo.
Ma cosa significa davvero desiderare? E soprattutto: è possibile non desiderare ciò che non abbiamo?

Da una parte ci sono Ho-seok (Sol Kyung-gu) e Mi-ok (Jeon Do-yeon), una coppia della classe operaia, segnata dal licenziamento di lui e dalla conseguente perdita non soltanto di un lavoro, ma di qualcosa di molto più difficile da recuperare: la propria identità. Dall’altra Ye-ji (Cho Yeo-jeong), documentarista proveniente da un ambiente privilegiato, e Sang-woo (Zo In-sung), suo marito, uomo ricco e apparentemente protetto dalle stesse precarietà che stanno distruggendo la vita dell’altra coppia.
Il punto, però, è che Lee Chang-dong non costruisce mai una semplice contrapposizione fra ricchi e poveri. E questa è una delle scelte che ho amato di più del film. Non c’è un “povero buono” contrapposto ad un “ricco cattivo”. Non c’è la divisione manichea fra vittime e carnefici. Il privilegio non rende automaticamente felici e la sofferenza economica non rende automaticamente migliori. I quattro protagonisti sono molto più complessi delle condizioni sociali alle quali appartengono.
È qui che Possible Love dimostra tutta la maturità dello sguardo di Lee Chang-dong. Il regista parte dalla questione classista per arrivare all’individuo. Il sistema economico entra nelle case, nei matrimoni, nei corpi, nei silenzi. La crisi del lavoro diventa crisi dell’identità; la differenza di reddito diventa differenza nella percezione di sé; la ricchezza diventa possibilità di scelta, ma anche incapacità di comprendere fino in fondo chi quella possibilità non ce l’ha. La fabbrica non è quindi soltanto un luogo fisico: è una presenza fantasma che continua a vivere dentro Ho-seok anche dopo che il suo rapporto con essa è terminato. È comune del cinema di Lee Chang-dong spingere i propri personaggi a rifugiarsi in istituzioni, congreghe, gruppi che possano accoglierli, consolandoli dinanzi la loro drammatica situazione. È qui che entra in gioco la poetica dell’intruso: portare qualcuno a confrontarsi con una collettività che tende ad escluderlo.

Possible Love si domanda cosa succeda quando quel rifugio non esiste più. Quando il lavoro non ti definisce più, quando la coppia non riesce più a riconoscersi, quando persino le persone che ti stanno accanto diventano uno specchio nel quale non vuoi guardarti. Il personaggio di Ho-seok è un uomo che ha perso il proprio posto nel mondo e che sembra non sapere più quale versione di sé debba occupare quello spazio vuoto. Il suo dolore non viene trasformato in spettacolo, né utilizzato da Lee Chang-dong per costruire un facile eroe proletario. Rimane lì, incastrato nei silenzi, nella rabbia e nell’incapacità di tradursi agli altri. Ed è proprio questo a renderlo così dolorosamente umano. Il licenziamento di Ho-seok non è soltanto una questione economica. È una ferita matrimoniale, paterna, narcisistica. Allo stesso modo, la ricchezza di Sang-woo non è semplicemente un conto in banca, è un modo diverso di muoversi nel mondo, di considerare le possibilità, di guardare il rischio e persino di percepire il desiderio. Ed è qui che il film si allontana da una lettura semplicistica della lotta di classe: le classi sociali non sono soltanto gruppi economici, sono mondi psicologici differenti.
Lee Chang-dong ha sempre avuto un rapporto particolare con il senso di colpa. Raramente appartiene soltanto a un avvenimento preciso: diventa qualcosa che si deposita sull’identità e ne altera il modo in cui una persona guarda se stessa e gli altri. In Possible Love quella colpa cambia forma. Non è soltanto la vergogna per ciò che si è fatto, ma anche il dolore di non essere più ciò che si era, di non riuscire a proteggere la propria famiglia, di guardare con invidia una vita diversa, di sfruttare inconsapevolmente il dolore altrui. Ed è qui che entra Ye-ji. La documentarista non è semplicemente un personaggio esterno che osserva Ho-seok e Mi-ok. È il mezzo attraverso il quale Lee Chang-dong introduce una delle domande più affascinanti del film: quanto possiamo avvicinarci ala sofferenza altrui senza tramutarla nel nostro personale tormento? La macchina da presa diventa allora una forma di desiderio. Ye-ji vuole conoscere, vuole filmare. Ma ogni volta che entra nella vita della coppia estranea, il confine fra empatia ed appropriazione diventa sempre più sottile.
È impossibile non pensare allo stesso Lee Chang-dong. Un regista che ha passato la sua intera carriera a raccontare persone ai margini, ora sembra mettere sotto esame anche il proprio mestiere. Con quale diritto mette in scena il dolore altrui? E cosa succede quando il patimento di qualcun altro diventa materia per la nostra arte? Il tema era già presente in modo diverso nei suoi film precedenti, ma qui diventa quasi una riflessione metacinematografica sullo sguardo stesso.

I protagonisti di Lee Chang-dong sono spesso persone che cercano un gruppo capace di accoglierle e lenire le loro ferite, salvo poi scoprire che anche la comunità può diventare un altro luogo di esclusione. È quel senso di smarrimento che ci pervade, che ci fa sentire soli in mezzo a centinaia di persone. Possible Love porta questa idea dentro il matrimonio. Cosa significa avere una famiglia se non si riesce più a riconoscersi nella persona che si ha accanto? Quanto di ciò che chiamiamo amore è realmente amore e quanto è paura di perdere la vita che abbiamo costruito? Il titolo stesso del film è meravigliosamente ambiguo. Non dice che l’amore è possibile, ma che potrebbe esserlo. Un amore possibile è un amore che non viene garantito, è un futuro ancora aperto. È qualcosa che può esistere soltanto se i personaggi riescono a liberarsi, almeno per un momento, delle identità che il mondo ha imposto loro.
Una delle scelte formali che ho trovato più belle è il modo in cui il regista tratta la musica. O, per meglio dire, la quasi assenza della musica. Non è un film completamente privo di colonna sonora: Jung Jae-il, compositore di Parasite e Squid Game, ha lavorato al film, ma la sua presenza è estremamente contenuta. Lee Chang-dong ha spiegato che la musica può rischiare di “forzare” le emozioni da parte del pubblico, preferendo così i silenzi, le parole non dette, uno sguardo che dura qualche secondo più del necessario. Non c’è bisogno di trasformare un dolore in melodramma. L’emozione nasce dall’espressività e dai corpi degli attori, e questo rende tutto molto più vulnerabile.
La macchina da presa mantiene un’impostazione discreta e non invasiva, permettendo ai personaggi di respirare dentro l’inquadratura. È una regia che sembra quasi sottrarsi, ma è proprio questa scelta stilistica a renderla così presente. Lee Chang-dong non ci prende per mano, ci mette davanti a quattro esseri umani e ci chiede di guardarli. E questo perché ha fiducia nella sua creazione, nei suoi protagonisti e, soprattutto, nel suo pubblico.

Forse è questa la ragione per cui il cinema di Lee Chang-dong mi colpisce così tanto: non concede facilmente assoluzioni, ma nemmeno condanne semplici. I suoi personaggi feriscono, mentono, si aggrappano alle persone sbagliate, diventano vittime e carnefici contemporaneamente. Ma il regista non li riduce mai alle loro azioni. Li lascia esistere nelle proprie contraddizioni. Tutti guardano la vita di qualcun altro perché non riescono più ad osservare la propria. E forse è questo il significato più profondo del decimo comandamento nel film.
Lee Chang-dong mette sotto la lente d’ingrandimento persone che guardano gli altri e vedono, nella vita altrui, il fantasma di quella che avrebbero voluto vivere. Eppure, in mezzo a tutto questo smarrimento, il regista lascia filtrare qualcosa che assomiglia ad una speranza. Non un lieto fine, solamente una possibilità. Quella di essere guardati senza essere giudicati. La possibilità di riconoscere il dolore dell’altro senza appropriarsene. Di amare senza possedere. La possibilità, infine, che qualcosa possa ancora ricominciare. Forse è questo l’amore possibile del titolo. Non l’amore perfetto, quello che ci salva, ma quello infinitamente più fragile e umano, che rimane possibile proprio perché non ci viene promesso.
Vincitore del Leone d’Argento – Gran Premio della Giuria alla 83ª Mostra internazionale d’arte cinematografica di Venezia, Possible Love sarà distribuito su Netflix dal 6 novembre 2026.
-Angelica
